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Può Dio ridere?

© Stephanie Frey

mons. Bruno Forte - Donboscoland.it - pubblicato il 12/03/14

Chi è libero da sé, e fa di quanto ha dono e servizio, sa ridere e far ridere con gioiosa scioltezza. E questo ci porta alla vera radice del ridere e del sorridere, nel gioco sempre vivo tra la prossimità e la lontananza: questa radice, linfa profonda che unisce ebraismo e cristianesimo, è il comandamento dell’amore. Amare vuol dire fare spazio all’altro, fare dei due uno: ovvero, restare lontani nella massima vicinanza e vicini nella lontananza più grande. Qui c’è spazio per il riso, perché si guarda all’altro con la lontananza del rispetto e la prossimità della tenerezza che è propria degli occhi dell’amore. Perciò, i paradossi dell’amore sono quelli del sorriso: l’amore incapace di gioia non può esistere; i suoi eccessi e le sue tristezze sono gli stessi del sorriso e del pianto, dell’amarezza e del riso. E qui si coglie forse una differenza non di poco conto tra la tradizione ebraico-cristiana e l’Islàm, religione che insiste sul dualismo fra il mondo e Dio, piuttosto che sul gioco amoroso della lontananza e della prossimità: il Corano stesso è un testo scritto in cielo, sceso attraverso il profeta Maometto, proprio per questo estraneo a qualsivoglia spazio intermedio tra prossimità e lontananza. Ecco perché nell’Islàm più radicale il sorriso rischia di essere escluso. Certo, c’è l’eccezione dei “sufi”, i mistici che cercano nella parola “amore” una via per superare l’assenza del riso. Ma dove non c’è sorriso in questo mondo, può esserci anche più facilmente una deriva fondamentalista, che giunge fino alla follia di aspettarsi di ridere fra breve in cielo mentre ci si fa saltare in aria con un mucchio di innocenti condannati a morire per niente…

È il sorriso sugli altri e il riso su noi stessi che ci aiuta, infine, ad essere umili: ce lo fa capire una curiosa leggenda rabbinica. Essa narra della lettera “aleph’ – la più eterea e volatile dell’alfabeto ebraico, la più modesta – che unica fra tutte si astenne da ogni pretesa ad essere scelta per iniziare il racconto della creazione, quando l’Eterno domandò all’intera schiera dell’alfabeto quale fra le lettere volesse essere la prima nell’opera del creato. Fra le pretendenti fu scelta la “beth” – tanto che la prima parola della Torah è ‘berešit’, ‘in principio’ – perché con essa comincia ogni benedizione del Santo (Aberakah’) e perché essa è come un quadrato aperto sul lato sinistro, nella direzione cioè in cui in ebraico prosegue la scrittura, quasi a dire che l’inizio non è compimento, ma domanda ed attesa. Il racconto narra che l’Eterno volle ricompens
are la Aaleph’ per la sua umiltà, e lo fece dandole il primo posto nel Decalogo: AIo sono il Signore Dio tuo’ – la parola dell’eterno fondamento invisibile, che viene ad affacciarsi nel tempo grazie alla rivelazione ed a stabilire l’alleanza fra il Dio vivente e il Suo popolo –  comincia infatti con ‘io’, ‘anochì’, la cui iniziale è ‘‘leph’ (cf. L. Ginzberg, Le leggende degli Ebrei – I: Dalla creazione al diluvio, a cura di E. Loewenthal, Adelphi, Milano 1995, 27s).

Se dunque la storia dell’uomo e del mondo inizia con la ‘beth’ ed è perciò sempre aperta in direzione del suo sviluppo e approfondimento, la verità di Dio ci viene offerta pienamente solo a partire da quell’‘aleph’, con cui inizia l’‘Io’ della Sua sovrana autocomunicazione. Il racconto viene a dirci allora che se l’avventura di ogni conoscenza inizia dall’abisso del cuore umano in ricerca, essa si compie veramente soltanto quando è raggiunta dall’offerta umile della verità, custodita nel mistero di Dio. L’‘aleph’ viene dopo, ma illumina la ‘beth’ che la precede: scherzi dell’Onnipotente che si rivela nella debolezza, dell’Eterno che entra nel tempo, dell’Infinito che nasce Bambino in una povera grotta. Scherzi da Dio, verrebbe da dire. Risi e sorrisi dell’Altissimo che sembrano voler contagiare la creatura per renderla ilare e lieta, proprio così libera e salva. Non è forse questo ciò che avvenne ad Elia? Quando lui, il profeta del fuoco, il testimone di Dio nel tempo dell’apparente sconfitta di Dio, giunge finalmente al monte santo dove vivrà l’esperienza di Dio, che cosa l’attende?

L’Eterno non è dove l’avresti cercato, nel vento, nel terremoto o nel fuoco. Non è neanche in una “brezza leggera” come amano ripetere – sbagliando – le traduzioni dall’ebraico. Se leggiamo l’originale scopriamo che la via del suo passaggio è “voce del silenzio”. Elia cerca una rassicurazione, una parola, Dio sovverte tutti gli schemi e si fa silenzio. Nella prossimità si mostra come lontananza. Nella lontananza, come prossimità. È quello peraltro che fa in tutta la Bibbia, il libro della Parola, che è però anche inseparabilmente – e forse più ancora – il libro del divino silenzio. Dio, che quando dovrebbe parlare tace, e quando dovrebbe tacere parla, è sovversivo, spiazzante. In un mondo come il nostro, in cui c’è sciupìo di parole – come dimostra la retorica dei signori della guerra e dei loro partners, accecati dal fondamentalismo terrorista – c’è bisogno di ascoltare il silenzio: il silenzio eloquente di un sorriso… o il sottile rumore di un riso… o forse anche il silenzio di un’ironia carica di dolore e di amore. Come quella del saggio ebreo che scultoreamente afferma: “L’uomo pensa, Dio ride”. E di noi stessi, che dopo tutte queste serissime considerazioni, non possiamo non pensare a quante risate Egli si sarà fatto per la fatica della nostra mente intorno a un Suo riso, a un Suo sorriso…

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dioreligione
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