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L’Italia capovolta

Jeffrey Bruno

padre Renato Zilio - pubblicato il 12/03/14

Semplice riflessione sull’arte del sedurre di un leader ai nostri tempi

Londra, Trafalgar square. Lo senti ridere nel retrobottega, guardandosi la foto. Il responsabile inglese del ristorante non riesce a trattenersi e si eclissa dietro. È appena passata una ragazza italiana, una delle centinaia di giovani che ogni giorno sbarcano a Londra, nella sua maratona quotidiana di curriculum da presentare per un impiego. La foto, quasi un’attricetta in posa, nasconde una pretesa di seduzione. Viene proprio da chiedersi come gli ultimi tempi hanno educato da noi le giovani generazioni… No, qui non si seduce. Anzi non si mette neppure la foto nel curriculum. Si guarda alla sostanza, a quello che sai fare. Altro mondo qui, pragmatico, attento alle cose, ai fatti. La forza della cultura inglese si chiama, appunto, concretezza.

“È l’Italia capovolta” mi fa Cinzia, londinese ormai da un paio d’anni e lo spiega. “Non devi sgarrare, né scoraggiarti. Gli inglesi ti fanno salire sempre più in alto, ti danno delle opportunità. Ma guardano sempre quanto vali. Le raccomandazioni qui non hanno presa!”.

La seduzione, invece, è il nostro stile. Quasi un nostro handicap permanente. Perfino nella politica. E questo ha un rapporto con l’estetica, il gusto del bello, che ci troviamo nel nostro stesso DNA di italiani. Un leader da noi ce la mette tutta per sedurre, incantare, promettere, sorridere, “incartare” l’altro. Alcuni ne sono un vero modello. Il nostro popolo, poi, è sensibilissimo alla seduzione di un capo. Si lascia portare. Perde la testa, neutralizza lo spirito critico. Ma la seduzione non porta affatto lontano. Il pifferaio magico della favola di Grimm seduce con le sue note i topi del villaggio per poi, senza farsi accorgere, annegarli nell’acqua del fiume… Sarà mai la nostra parabola?!

Sedurre, trasportare con sé, ha anche un altro senso, ben più alto. Nobile, anzi. Quando un leader si nutre di valori, ha una visione davanti a sé, qualcosa di grande e di bello che lo incanta, lo illumina. Con questo, sa trascinare un popolo. Ci viene in mente Mosè, mentre scendeva luminoso dalla montagna, una vera forza per trascinare verso la terra promessa il suo popolo. Ci viene in mente un papa venuto dal fondo del mondo, che ha rubato il nome al figlio più povero di Assisi. A Francesco, infatti, altro non gli restava.

Ecco leader che hanno una visione. Non curano i propri interessi. Non coltivano l’ambizione, nè l’arroganza. Non mettono gli uni contro gli altri come dei tribuni, dei capipopolo. Il vero leader conduce verso la “terra promessa di Dio”: la fratellanza tra gli uomini. Fa di elementi dispersi di un popolo una comunità vera. Sa intravedere le forze migliori, le qualità negli altri, le energie nascoste. Le sa stimolare, risvegliare, rimettere in cammino. Esercita l’arte della maieutica, del “dare alla luce”.

Il leader che si profila da superuomo, invece, non sarà mai un vero leader. Ma un uomo di potere. Di ambizione. Il vero leader è un uomo di servizio: serve un ideale, una comunità e un cammino arduo da compiere. “Io non sono nulla, sono i miei uomini a fare della mia azienda un vero successo!”, replicava un manager di fronte alla domanda sul segreto del suo successo. Gli piaceva enumerare, poi, le qualità e le competenze a una a una del suo team. Sì, un leader sarà sempre un direttore d’orchestra. L’anima di una bella sinfonia, l’artefice di una straordinaria unità tra strumenti e talenti differenti. Ma un direttore d’orchestra si mostrerà a tutti sempre di spalle. Non è una prima donna. L’umiltà resta, nonostante tutto, la sua dote più grande.

Il vero leader, in fondo, ci ha insegnato concretamente papa Francesco, partirà sempre dagli ultimi. I giovani. Gli emigrati. Per ricostruire l’umanità del nostro mondo.

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