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«Dopo la confessione non riesco ad apprezzare la gioia del perdono»

© Pascal Deloche / GODONG
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Il teologo risponde

Papa Francesco ha ricordato spesso la misericordia, il perdono, la pazienza di Dio con i peccatori. Chiedo come mai ogni volta che mi accosto e confesso le mie colpe nella confessione sacramentale, successivamente il mio animo si pone queste domande. Avrò confessato bene tutto? Sarò stato chiaro con il sacerdote oppure non ho permesso di far comprendere bene i miei peccati? Sarò stato onesto fino in fondo con me stesso? Non riesco ad apprezzare fino in fondo la gioia di essere nuovamente in grazia con il Signore tutto questo per tutti gli scrupoli che tutto ciò invade il mio animo. Insomma avverto quasi sempre di uscire dalla confessione con più dubbi di quando mi sono presentato.

Roberto Rossi

Risponde padre Athos Turchi, docente di Filosofia alla Facoltà Teologica dell’Italia Centrale.

L’animo scrupoloso (o non) è un fattore caratteriale e perciò difficilmente eliminabile, spesso bisogna conviverci, come la paura dei cani, anche quando «non fanno nulla». Ma alla ragione deve essere chiaro che sono fobie personali, e non rispondono alla realtà dei fatti.

«Donna … nessuno ti ha condannata? Nessuno Signore! Neanch’io ti condanno» (Gv 8,10). Si consideri questo episodio: la donna non era andata lì per fare pubblica confessione, ha pronunciato solo due parole che riguardavano gli altri, ha ottenuto e ascoltato in diretta la pazienza, la misericordia e il perdono di Dio. Io non sono un esperto della liturgia e della teologia della confessione, ma come tutti i sacramenti essa è uno strumento di salvezza, e perciò deve essere adeguato allo scopo per cui è stato costituito. Ora lo scopo è ridare al cristiano la piena comunione con Dio-Padre. Il credente che per qualche motivo ha commesso atti contrari alla santità divina e umana ritrova la comunione di Dio nella confessione. Come si comprende il punto non sono i peccati, ma la comunione con Dio. Se dunque nel fedele non c’è interesse di immergersi sempre più nella pienezza di amore, di bontà e di grazia divina, è chiaro che la confessione è la lista della spesa, ed è il tentativo di ripulire una coscienza che è interessata solo a se stessa.

Se invece l’interesse è quello di ritrovare la comunione con Dio, l’atto stesso di mettersi in ginocchio di fronte al confessore non ha confronti. È vero che siamo lì per dire i peccati, ma anche se sono abborracciati, per dimenticanze incompleti, con parole inadeguate… il lettore pensa che Dio, che legge i cuori, non capisca quello che il figlio voglia dire? Perciò se non c’è una malizia e una cattiva intenzione, il penitente stia tranquillo che, quando il confessore «assolve», l’assoluzione è efficace, addirittura è valida anche se il confessore fosse inadeguato. È talmente importante la comunione con Dio che non ci sono ostacoli per ottenerla, quando la si vuole, anche nel caso che il prete sia un falso. Come si dice: supplet Ecclesia, che si potrebbe tradurre: «Dio non è schiavo dei sacramenti». In altri termini, se noi con un peccato ci allontaniamo da Dio, Dio non si allontana da noi. Il battesimo ci ha resi figli di Dio, e lo siamo realmente dice Paolo. Ora questa qualifica nessuno ce la toglie, perciò la confessione non è un continuo battesimo, ma solo un atto di riappacificazione con il Padre (meglio: il Babbo), per questo la pace e la gioia dice Gesù sono del figlio e non possono essere perse per qualche momento di allontanamento.

Insomma non può esserci razionalmente scrupolo dopo l’assoluzione, comunque la confessione si sia svolta, anche quando il prete ha furia e non ti fa dire quasi niente… «Dio non è schiavo neanche del prete», anzi neppure del penitente: «Gli corse incontro, gli si gettò al collo, lo baciò» (Lc 15,20), … il figlio non aveva ancora aperto bocca. Il lettore consideri questi passaggi e capirà chi è Dio, il Babbo ritrovato, e se ancora avesse scrupoli, allora è una questione medica, non certo di fede.

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