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Il mio Allenatore si chiama Gesù

© Public Domain
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Come si rivela nell'allenamento e cosa chiede ai suoi atleti?

di Carlo Nesti

La mia vita è cambiata, da bambino, quando ho capito che le situazioni che incontravo nell’attività che gradivo di più, il football, e nello sport in genere erano le stesse dell’esistenza di tutti i giorni.

E, visto quanto mi coinvolgeva il pallone, potevo impiegare le medesime energie in una sorta di “training autogeno” anticipato, per sostenere le difficoltà dell’esistenza.

Ogni mattina, per ciascuno di noi, il suono della sveglia equivale all’inizio di una sfida. Ciascuno di noi può interpretarlo come desidera. Il suono di quella sveglia, per me, è come il fischio di inizio di un arbitro, ogni giorno che comincia somiglia a una partita di calcio da vincere.

L’impressione è quella di scendere sempre in campo in uno stadio affollato. Appena si esce di casa, infatti, troviamo persone con le quali dobbiamo rapportarci, che manifestano consenso, dissenso o indifferenza. Occorre resistere a tanti condizionamenti che mettono in pericolo la nostra autonomia.

Le partite sono uniche e irripetibili. E’ così nel football, ci sono incontri in cui devi effettuare cinquanta scatti o venticinque salti, e ci sono match in cui accade esattamente l’opposto: non puoi mai saperlo prima. L’avversario è la vita stessa, che va affrontata nel modo giusto, senza esserne travolti.

A volte, sono gli altri a sferrare sonori calcioni. Altre volte, invece, siamo noi gli scorretti di turno, senza accorgerci di fare male. Ci sono goal segnati, quando le azioni raggiungono un obiettivo; goal subiti, quando ciò non avviene; pali, quando sfioriamo solo la finalità che vogliamo ottenere; e tempi supplementari, se non basta il tempo programmato per risolvere un problema.

L’importante, nelle pause della partita, che esistono se sappiamo cercarle, è ricordare di essere guidati, in panchina, da un Allenatore: E chi può essere, se non Colui che ci ha creato e che, dunque, ci conosce meglio? Il nostro Allenatore, per sempre, si chiama Gesù.

Il segreto del successo è capire, nel bene o nel male, come giocare e quindi come vivere, tendendo l’orecchio verso di Lui, per ascoltare che cosa domanda nei momenti-chiave. E quell’orecchio è spirituale, perché si attiva con il più grande trasmettitore della storia: la preghiera.

[Dall’introduzione del volume di Carlo Nesti, “Il mio Allenatore si chiama Gesù. Il Vangelo spiegato attraverso lo sport” (San Paolo]

——
Carlo Nesti nasce a Torino il 10 maggio 1955. Nel 1974 comincia a collaborare col settimanale Calciofilm. Negli anni successivi diventa corrispondente da Torino del Guerin Sportivo e del Corriere d’Informazione, e viene assunto da Tuttosport. Nel gennaio 1980 entra in Rai: sarà telecronista di sei campionati mondiali e di sei europei di calcio; dal 1991 al 2002 commenta tutte le partite della Nazionale Under 21. Nel 2010 lascia la Rai e diventa libero professionista collaborando con Dahlia Tv, Mediapason e Radio Sportiva. Nel 2002 ha dato vita al sito NESTI Channel, una sorta di “oratorio virtuale” del Web dove discutere di sport e fede.
 

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