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I bitcoin, il denaro senza volto della finanza virtuale

Antana
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Decentralizzazione ed anonimato sono i caratteri principali di questa valuta “digitale”

Come si può intuire, tuttavia, quella della tracciabilità non è l’unica problematica che si porta dietro questo sistema monetario. Un’altra che è particolarmente ingombrante è collegata proprio a quella che i suoi sostenitori considerano come un suo punto di forza: parliamo della sua gestione decentralizzata. Mentre nel caso delle valute tradizionali qualunque Stato può stabilire quando e quanta valuta stampare e distribuire, attraverso le proprie banche centrali, come detto il bitcoin non fa riferimento ad alcuna banca centrale. Sono gli utenti che, oltre a poter comprare o vendere bitcoin (o frazioni degli stessi) in cambio di monete tradizionali, attraverso il mining possono emettere valuta, e l’unico limite che essi incontrano è che il numero massimo di bitcoin che possono essere generati non deve superare i 21 milioni. Ma se nessun istituto bancario può immettere sul mercato nuovi bitcoin, svalutare quelli già in circolazione o comunque tenerne sotto controllo la stabilità valutaria, allora essi sono per natura soggetti a fluttuazioni enormi che li rendono straordinari strumenti di speculazione finanziaria. Se ad oggi un bitcoin vale circa 480 euro, nel 2013 il suo valore si è divertito a correre sulle montagne russe, oscillando dai 7 euro fino agli 865 euro.

Per questi motivi, da anni i bitcoin sono al centro di un dibattito nel quale si confrontano apologeti e denigratori. Tra i primi, ad esempio, troviamo coloro che si sono arresi di fronte all’evidenza dell’estrema popolarità di questo strumento finanziario: tra questi è Benjamin Lawsky, responsabile dell’autorità di vigilanza finanziaria di New York, che il 29 gennaio scorso ha dichiarato che ormai i benefici potenziali di bitcoin superano i rischi, e quindi tanto vale tentare di regolamentarne la tecnologia. Proprio per questo, New York potrebbe presto fregiarsi del merito di essere il primo Stato americano a scrivere regole per chi usa i bitcoin. Gli stessi, tuttavia, sono considerati con molto sospetto dalle autorità di quello che è il secondo paese, dopo gli Stati Uniti, nel quale il software dei bitcoin è il più scaricato, e cioè la Russia: il governo di Putin sta mettendo a punto le regole di quello che sarà un giro di vite che ne limiterà la loro produzione e circolazione. Un allarme autorevole sul loro uso è arrivato pochi giorni fa anche da Wolfgang Munchau, giornalista del Financial Times, che il 2 marzo ha scritto: “Nella forma attuale i bitcoin non sono all’altezza del loro compito a causa dei limiti della base monetaria: se fossero già la nostra valuta, nella migliore delle ipotesi funzionerebbero in modo analogo al sistema aureo (sistema in cui la quantità di moneta in circolazione è legata alla quantità di oro posseduta dalla banca centrale), e questa è più o meno l’ultima cosa che si possa desiderare nella fragile economia globale…Le banche centrali dispongono degli strumenti per assicurare la stabilità dei prezzi e possono regolare la loro politica monetaria p
er ridurre le fluttuazioni del ciclo economico. E tutto questo può avvenire in modo sicuro: le zecche e le banche centrali sono sorvegliate da agenti armati. La sicurezza di internet non è neanche paragonabile. E se è vero che un sistema monetario istituito d’autorità può fallire solo in teoria, Mt. Gox, un’azienda che emette bitcoin, è fallita nella realtà”. Moneta virtuale, dunque, ma come ormai la nostra esperienza su internet ci ha insegnato, le ingerenze del virtuale nella vita reale producono effetti spesso devastanti, per gli individui e per le nazioni: per questo, mentre i primi possessori di bitcoin diventavano milionari – lo stesso pioniere del web Marc Andreessen, il padre di Mosaic (il primo browser di larga diffusione) e Netscape, ha investito cinquanta milioni di dollari nella moneta virtuale – abbiamo dovuto assistere anche al triste spettacolo delle autorità che sequestravano milioni di dollari al mercato del Silk road.

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