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I bitcoin, il denaro senza volto della finanza virtuale

Antana

Emanuele D'Onofrio - Aleteia - pubblicato il 11/03/14

Decentralizzazione ed anonimato sono i caratteri principali di questa valuta “digitale”

Dalla fine del baratto in poi, ogni società ha avvertito il bisogno di creare una propria moneta. Per ogni nazione, addirittura, questa è diventata nel tempo un simbolo identitario molto forte: ripensiamo al Marco tedesco, la cui solidità connotava anche il tratto principale che si riconosce tuttora a quel popolo, non solo per quanto riguarda la sua economia. Oppure, in senso ben diverso, pensiamo alla graticola su cui si muove fin dalla sua nascita l’Euro, che nel suo stesso aspetto si disperde nelle tante facce di nazioni diverse che faticano ancora a riconoscersi in un’unione. Ebbene, anche nella comunità transnazionale e decentralizzata per eccellenza, quella di Internet, non poteva mancare una “valuta”, o meglio, una tipologia di “valute”. Il bitcoin, infatti, nato nel 2009, è il capostipite di una famiglia, quella delle crittovalute, che negli anni successivi è cresciuta fino a contare una trentina di esemplari: come indica il nome che le definisce, si tratta di valute paritarie, digitali e decentralizzate, dal momento che non dipendono da un’unica autorità finanziaria legittimata ad emetterla o a regolarne le fluttuazioni, ma possono essere generate o utilizzate in transazioni online da chiunque abbia i titoli per gestire determinati codici crittografici.

Il bitcoin, ad oggi la moneta virtuale più diffusa ed usata, si lega al carattere dell’anonimato fin dalla sua nascita, dal momento che l’identità del suo creatore, o del team di creatori, è coperta da uno pseudonimo alquanto esotico, Satoshi Nakamoto. Ma cosa significa davvero “moneta virtuale”? Significa che per quanto possa essere utilizzata per acquisti online di oggetti reali, di questa moneta non esiste una versione “reale” – cioè pezzi di metallo o banconote che possano riempire i “valigioni” visti in tanti film – ma esistono solo quantità nominali, che possono essere spostate da un computer all’altro. Il bitcoin, o meglio, il protocollo crittografico a quello riferito, produce delle unità di “proprietà digitale” che possono essere trasferite da persona a persona, impedendo però che una singola unità possa essere spesa due volte. Per capirci meglio, se il web e le transazioni economiche che lì si svolgono fossero una versione planetaria del vecchio Monopoli, il bitcoin sarebbe la valuta che serve per comprare case ed alberghi o per pagare le fastidiose multe che ogni tanto ci toccavano pescando la carta degli “imprevisti”.

Come vengono generati i bitcoin? Ci pensa un programma in open source condiviso da una serie di computer collegati in rete e in grado di risolvere complesse operazioni matematiche: questo processo di generazione dei bitcoin si chiama mining. Ogni unità bitcoin è caratterizzata da un indirizzo pubblico e da una chiave privata, che altro non sono che lunghe serie di lettere e numeri che legano ogni bitcoin un’identità specifica. Se questa identità, che riporta a coloro che effettuano le transazioni, rimane nascosta, ciò che in teoria dovrebbe garantire la “trasparenza” di ogni utilizzatore di questa moneta è il fatto che ogni bitcoin utilizzato per operazioni online viene segnalato nella blockchain, un registro delle transazioni pubblico e condiviso tra tutti gli utenti del mondo bitcoin. Eppure, nonostante l’esistenza di questo documento anch’esso virtuale, spesso gli spostamenti di denaro rimangono assai difficili da tracciare, come testimonia il fatto che questo sistema monetario è assai molto popolare tra coloro che si dedicano ad attività illecite di qualunque tipo. In un articolo del gennaio scorso pubblicato sul Foreign Affairs, leggiamo infatti: “Non tutti gli effetti dei bitcoin sono positivi. E la promessa dell’anonimato li rende particolarmente adatti alle transazioni illecite. Un esempio noto è quello di Silk road, un mercato online di stupefacenti illeciti e carte di credito rubate nato nel 2011. Provvisoriamente chiuso dalle autorità statunitensi nel 2013 (e riaperto a distanza di un mese), Silk road è finito al centro dell’attenzione per la sua capacità di farsi apertamente beffe della legge. Con un giro d’affari di poco più di un milione di dollari al mese, tuttavia, Silk road rappresenta un caso relativamente modesto. Piuttosto, bitcoin potrebbe diventare uno strumento per il riciclaggio di denaro su vasta scala. In altre parole, potrebbe essere usato per transazioni che di per sé non sono illecite ma che aiutano a occultare l’origine di denaro ottenuto attraverso attività illecite”.

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dottrina sociale della chiesaeconomiafinanza
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