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85 anni di grazie e di gioia

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padre Piero Gheddo - Il blog di padre Piero Gheddo - pubblicato il 11/03/14

Una riflessione di padre Piero Gheddo, una vita spesa nelle missioni

85 anni or sono, a Tronzano vercellese dove si coltiva il riso, Rosetta Franzi in Gheddo, a mezzogiorno di quel 10 marzo 1929, mentre le campane della vicina chiesa parrocchiale rintoccavano l’Angelus, dava alla luce il suo primogenito, poi sacerdote e missionario del Pime. Ringrazio il Signore di aver raggiunto questa terza età stando bene (con alcuni inevitabili acciacchi) e potendo ancora lavorare, dato che continuo a ricevere numerose richieste. Ringrazio anche i miei genitori, i servi di Dio Rosetta e Giovanni, che hanno trasmesso a me e ai miei fratelli (Piero 1929, Francesco 1930, Mario 1931) la fede e tanti buoni esempi di vita cristiana, pregando anche per la mia vocazione sacerdotale; e poi i tanti preti e laici che mi hanno educato, a Vercelli e al Pime di Milano, compresi i membri della mia grande e santa famiglia Gheddo-Franzi e un missionario in particolare, padre G.B. Tragella, che mi ha orientato bene all’ideale missionario e al giornalismo a servizio dell’ad gentes e mi ha dato, negli anni ruggenti di giovane prete, il senso molto concreto di cosa vuol dire preghiera, obbedienza, capacità di rinunzia, umiltà, austerità di vita, concentrazione totale all’ideale, ecc.

Oggi ripeto quanto dico spesso parlando in pubblico. E’ bello fare il prete! Non per motivi esterni (salute, soldi, fama), ma perché mi sento sempre amato, protetto, perdonato e consolato da Dio e posso ancora essere utile al prossimo. Quest’anno celebro i 61 anni di sacerdozio (ordinato dal beato card. Schuester nel 1953 nel Duomo di Milano).

I superiori del Pime mi hanno destinato alla missione della stampa e animazione missionaria e ho potuto visitare molte missioni e situazioni ad gentes in tutti i continenti. Mi sono reso conto della verità di quanto diceva la grande Madre Teresa: “I popoli hanno fame di pane, di pace e di giustizia, ma soprattutto hanno fame e sete di Gesù Cristo”. E aggiungeva: “La più grande disgrazia dell’India è di non conoscere Gesù Cristo”.

Giornali e televisioni non lo dicono, ma questa è la verità: il più grande dono che possiamo fare al prossimo e ai popoli e l’annunzio della salvezza in Cristo e di testimoniarlo nella nostra vita, soprattutto con la carità e cercando di vivere secondo l’esempio di Cristo; un cammino che dura tutta la vita, ricomincia ogni giorno con entusiasmo nuovo e mantiene giovani, cioè non ci lascia indurire dalle sofferenze, incomprensioni, fallimenti, malattie, umiliazioni. Ecco perchè vivo sereno e contento anche a 85 anni: mi sento utile agli uomini perchè ho scelto di testimoniare e annunziare Gesù Cristo, di cui tutti gli uomini e tutte le culture hanno bisogno.

La mia vita avventurosa l’ho raccontata in molti articoli e libri. In Italia, il contatto diretto con tante persone in parrocchie, ospedali, carceri (per sette anni in San Vittore a Milano, 1972-1979), ambienti e associazioni di giornalisti e di stampa e TV, mi ha confermato in una convinzione, che desidero trasmettere soprattutto ai giovani in ricerca di qualcosa che riempia le loro giornate e riscaldi il loro cuore. Senza un ideale che valga la pena di essere vissuto, non si può vivere bene. La vita è bella se ha un senso, uno scopo, se è un cammino verso un ideale. La cultura del nostro tempo propone ideali terreni, materiali, che esaltano e illudono per qualche anno, poi decadono e scompaiono: i soldi, la carriera, la visibilità mediatica, il sesso, la gloria mondana, il divertimento. Specialmente i giovani devono scegliere una meta precisa per la vita, da perseguire con spirito di sacrificio e l’aiuto di Dio, allora non sono più sballottati da mille distrazioni, proposte, tentativi, illusioni.

Il beato Clemente Vismara (1897-1988) scriveva: “La vita è bella solo se la si dona”. L’ideale cristiano è questo: non rimanere chiusi in noi stessi, ma aprirci a Dio e al prossimo, combattere il nostro naturale egoismo per essere davvero fratelli e sorelle con tutti, specialmente i più piccoli e poveri, i più isolati e marginalizzati. Non si può vivere senza un ideale che vada al di là della nostra piccolezza e debolezza umana, al di là anche della morte. Solo Gesù Cristo dà la speranza della vita eterna, che, se diventa fede e ideale, giustifica e sostiene tutti i sacrifici della vita presente.

Per me l’ideale è stato seguire Gesù che mi chiamava alla consacrazione sacerdotale e missionaria, l’unica passione di tutta la vita. Quand’ero giovane, chiedevo a Dio di darmi la fedeltà e l’entusiasmo per la missione, con il dono della commozione fino alle lacrime quando parlavo e scrivevo del sacerdozio, della vocazione alla vita consacrata. Adesso chiedo a Dio di non far diminuire in me la passione per il Regno di Dio che ho sperimentato fino ad oggi.

Alcuni amici mi hanno telefonato: “Che regalo possiamo farti per i tuoi sessant’anni di sacerdozio?”. Ho risposto con sincerità: “Pregate per me, dite qualche Rosario, ascoltate una Messa e fate una Comunione per tutti i missionari e i loro popoli”. Veramente la preghiera per l’amico, oltre che dare la vita, è il dono più grande che possiamo fare. Oggi vedo con chiarezza quello che ho sempre saputo: l’unica cosa che mi occorre sempre più è l’amore e l’aiuto di Dio.

Qui l'originale

Tags:
missionesacerdoziovocazione missionaria
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