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Non mi rimaneva che pregare e piangere

© A MAJEED / AFP

Edizioni Paoline - pubblicato il 10/03/14


Tamara. La giovane lavorava come cameriera in casa di un musulmano facoltoso, che l’aveva ripetutamente violentata. Tuttavia non aveva alcuna chance di ottenere giustizia in un tribunale. La legislazione, nel frattempo parzialmente modificata, stabilisce che un musulmano può essere condannato per violenza sessuale nei confronti di un non musulmano soltanto se si presentano a testimoniare quattro uomini di buona reputazione e di fede islamica. In parole povere: una donna deve trovare quattro uomini che abbiano assistito allo stupro. Sfugge a ogni logica che dei signori perbene possano stare a guardare senza muovere un dito…

Il mio viaggio non mi ha portato da Tamara, ma da molte altre persone i cui diritti sono stati calpestati dal sistema. Ho trascorso diverse settimane negli uffici dello studio legale CLAAS, fondato dal paladino dei diritti umani Joseph Francis per fornire assistenza legale alle minoranze del suo Paese. Sono ormai centinaia i casi patrocinati negli anni dai suoi avvocati, infaticabili nell’impegno affinché i poveri e gli sfruttati non siano stritolati dagli ingranaggi del sistema giudiziario ma ottengano giustizia.

Grazie all’intermediazione di CLAAS, le donne intervistate mi hanno accordato ben presto la loro fiducia, nella speranza che il racconto di ciò che hanno vissuto possa mettere al riparo altre donne da situazioni simili e contribuire a cambiare un sistema che rende difficile la vita di tante persone. Le interviste sono state registrate tutte negli uffici dello studio legale. La situazione di quelle donne è tuttora difficile: per Teena (la prima delle giovani ritratte), per esempio, sarebbe impossibile tornare alla casa paterna. Non arriverebbe alla mattina dopo.

Ciò che si stenta a credere diventa plausibile osservando la realtà pachistana: il 4 gennaio 2011 è stato assassinato il musulmano Salman Taseer, governatore della provincia del Punjab, l’area più densamente popolata del Paese. Taseer aveva preso le difese di Asia Bibi. Il politico, che era contrario a quei bizzarri articoli di legge, aveva fatto visita in carcere a Bibi già nel novembre 2010 per dimostrarle pubblicamente la propria solidarietà. A sparare a Taseer è stata una guardia del corpo, assunta per la sua sicurezza. La cosa più avvilente è che l’assassino sia stato celebrato ovunque come un eroe.

Bibi non si sente affatto sicura in carcere. Più volte persone accusate della stesso “reato” – anche con motivazioni inverosimili o palesemente false – sono state uccise in prigione o mentre uscivano dal tribunale.

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Daniel Gerber è giornalista e redattore freelance (tra gli altri per Berner Zeitung, ERF, Radio 32 e Livenet.ch), nonché scrittore (Esoterik, die unerfüllte Suche, Fünfzehn Dollar für ein Leben). E’ sposato con Irene e vive nei pressi di Berna. Per conto della casa editrice Brunnen si è recato in Sudan e nella Striscia di Gaza.

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Tags:
libertà religiosapakistan
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