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Non mi rimaneva che pregare e piangere

Pakistani Christians

© A MAJEED / AFP

Edizioni Paoline - pubblicato il 10/03/14

In Pakistan giovani cristiane, in parte minorenni, vengono rapite e costrette con minacce di morte a convertirsi all'islam

di Daniel Gerber

“E io ti ammazzo!”, urla Quaiser da sopra la spalla e gira verso il basso la mano destra. Il motore da 125 di cilindrata della Honda rossa ulula, la moto scatta in avanti e la ruota anteriore s’impenna. Teena, che è incinta, perde la presa e cade con un grido sull’asfalto caldo. Alcuni passanti inorriditi si affrettano a prestare aiuto alla futura mamma mentre il marito fa dietrofront, ma senza troppo curarsi di soccorrere la giovane donna, che può dirsi fortunata che in quel momento passino pochi risciò, auto e moto. Le persone accorse pensano a un incidente e non sospettano neppure che Quaiser abbia intenzionalmente messo in pericolo la vita della moglie.

Teena non voleva vivere con quell’uomo: la giovane cristiana era stata rapita, costretta a convertirsi all’islam e fatta sposare con ogni sorta di minacce. Se non avesse obbedito, non soltanto sarebbe morta, ma avrebbe messo a repentaglio la vita del padre e dei fratelli. Oppure avrebbero accusato suo padre di “blasfemia”. Con una simile imputazione oggi in Pakistan si perde ogni sicurezza e talvolta anche la vita. E se l’accusa è palesemente falsa, non importa. Le forze brutali emergenti nel Paese non si fanno scrupoli di ricorrervi per mettere con le spalle al muro i membri delle minoranze.

Stringendo a sé il bambino Maria aveva aperto la porta senza fa rumore ed era scivolata fuori lasciandosi inghiottire dall’oscurità. Finalmente, dopo parecchi tentativi falliti, e dopo più di un anno di percosse e di oppressione, la giovanissima madre, ancora minorenne, sentiva di nuovo l’odore della libertà. Troppo a lungo era rimasta in quella famiglia.

L’avevano rapita, l’imam aveva certificato il suo “passaggio”, estorto, all’islam e il “matrimonio” con un uomo che aveva il doppio dei suoi anni. Una notte, quando il portone d’ingresso era già sprangato, lei aveva trovato la chiave. Di primo mattino, mentre il quartiere era immerso nel sonno, era corsa a un incrocio dove stazionavano alcuni risciò. Tuttavia il denaro le sarebbe bastato a malapena per pochi chilometri e non di certo per il viaggio di tre ore da Gujranwala a Lahore. All’adolescente erano venute le lacrime agli occhi e per colmo di sventura aveva riconosciuto anche l’uomo sul lato opposto della strada: un membro anziano del clan, diretto alla mosche per la preghiera mattutina. Ora si era fermato e la fissava….

Teena e Maria: il loro destino rappresenta quello di innumerevoli altre donne. E in questo mondo quasi non hanno avvocati che perorino la loro causa. Si preferisce distogliere lo sguardo. Tuttavia, minimizzare è fuori luogo quanto commiserare.


Anche Asia Bibi rappresenta tante altre. Dopo un futile bisticcio si è ritrovata circondata da un branco infuriato di cui facevano parte anche alcuni dignitari religiosi islamici che gettavano benzina sul fuoco. L’esile donna era stata arrestata. “Blasfemia” era l’accusa, che lei però ha sempre respinto. Dopo essere rimasta in prigione per più di un anno senza mai venire interrogata, il tribunale l’ha condannata all’impiccagione.

A centinaia vivono di stenti come lei. Alla fine però nel mondo libero si è levato un grido. Alcune organizzazioni per i diritti umani hanno chiesto la grazia per Asia Bibi e perfino il Papa ha rivolto un appello pubblico per la libertà della donna cristiana. I religiosi islamici si sono mostrati meno tolleranti: Asia non sarebbe stata scarcerata in alcun caso. L’imam della storica moschea Mohabat- Khan di Peshawar ha messo addirittura una taglia di 500.000 rupie sulla sua testa nel caso venisse liberata.

Esemplare il processo, parecchi anni fa, a una cristiana di nome
Tamara. La giovane lavorava come cameriera in casa di un musulmano facoltoso, che l’aveva ripetutamente violentata. Tuttavia non aveva alcuna chance di ottenere giustizia in un tribunale. La legislazione, nel frattempo parzialmente modificata, stabilisce che un musulmano può essere condannato per violenza sessuale nei confronti di un non musulmano soltanto se si presentano a testimoniare quattro uomini di buona reputazione e di fede islamica. In parole povere: una donna deve trovare quattro uomini che abbiano assistito allo stupro. Sfugge a ogni logica che dei signori perbene possano stare a guardare senza muovere un dito…

Il mio viaggio non mi ha portato da Tamara, ma da molte altre persone i cui diritti sono stati calpestati dal sistema. Ho trascorso diverse settimane negli uffici dello studio legale CLAAS, fondato dal paladino dei diritti umani Joseph Francis per fornire assistenza legale alle minoranze del suo Paese. Sono ormai centinaia i casi patrocinati negli anni dai suoi avvocati, infaticabili nell’impegno affinché i poveri e gli sfruttati non siano stritolati dagli ingranaggi del sistema giudiziario ma ottengano giustizia.

Grazie all’intermediazione di CLAAS, le donne intervistate mi hanno accordato ben presto la loro fiducia, nella speranza che il racconto di ciò che hanno vissuto possa mettere al riparo altre donne da situazioni simili e contribuire a cambiare un sistema che rende difficile la vita di tante persone. Le interviste sono state registrate tutte negli uffici dello studio legale. La situazione di quelle donne è tuttora difficile: per Teena (la prima delle giovani ritratte), per esempio, sarebbe impossibile tornare alla casa paterna. Non arriverebbe alla mattina dopo.

Ciò che si stenta a credere diventa plausibile osservando la realtà pachistana: il 4 gennaio 2011 è stato assassinato il musulmano Salman Taseer, governatore della provincia del Punjab, l’area più densamente popolata del Paese. Taseer aveva preso le difese di Asia Bibi. Il politico, che era contrario a quei bizzarri articoli di legge, aveva fatto visita in carcere a Bibi già nel novembre 2010 per dimostrarle pubblicamente la propria solidarietà. A sparare a Taseer è stata una guardia del corpo, assunta per la sua sicurezza. La cosa più avvilente è che l’assassino sia stato celebrato ovunque come un eroe.

Bibi non si sente affatto sicura in carcere. Più volte persone accusate della stesso “reato” – anche con motivazioni inverosimili o palesemente false – sono state uccise in prigione o mentre uscivano dal tribunale.

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Daniel Gerber è giornalista e redattore freelance (tra gli altri per Berner Zeitung, ERF, Radio 32 e Livenet.ch), nonché scrittore (Esoterik, die unerfüllte Suche, Fünfzehn Dollar für ein Leben). E’ sposato con Irene e vive nei pressi di Berna. Per conto della casa editrice Brunnen si è recato in Sudan e nella Striscia di Gaza.

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