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Oltre la frontiera del cibo

© Godong

Il digiuno non è solo un sacrificio alimentare. Il Papa ci spiega nel Messaggio che è una vera purificazione dalle scorie che accompagnano nella nostra quotidianità.

padre Renato Zilio - pubblicato il 08/03/14

Una esperienza di digiuno cristiano

Give up. John lo ripete per ben tre volte, quasi per assicurarsi di aver detto la parola-chiave del cristianesimo in tempo di quaresima. Sì, il suo senso è chiaro: «abbandonare, rinunciare». Stiamo parlando della quaresima cristiana con un gruppo di studenti. Tim, un atletico e sorridente giovane cinese, afferma tranquillamente che lui è ateo. Tania, turca, è prevedibilmente musulmana. Altri non si pronunciano, non praticano nessuna fede religiosa. E così John spiega che il segreto della quaresima cristiana è giustamente questo «rinunciare a qualcosa, smettere di fare»: tagliare un rapporto da cui si è diventati dipendenti come il cibo, il fumo o un’altra realtà. Ci coglie di sorpresa quando ci chiede a che cosa abbiamo rinunciato noi! Trovargli subito una risposta non è facile. D’altronde, lui non lo dice, ma ogni cristiano lo fa, quasi come quando si pota una pianta, per privilegiare una relazione fondamentale, quella con Dio.

La discussione si arresta quando oso spiegare il digiuno, come appreso in terra svizzera, un mondo sensibile all’ecologia. Ormai il digiuno mi è diventato un’abitudine. Anzi, un appuntamento atteso, una volta all’anno. «Quello che si impara con piacere, non si dimentica mai», ripete qualcuno. Affrontare l’esperienza di un digiuno completo dal cibo per otto giorni è veramente un’esperienza straordinaria e i motivi non mancano. Anche Anne Michèle Stern, con il suo bestseller, aveva lanciato e conduce ora questa iniziativa nella Svizzera romanda, raccomandando tuttavia di entrarvi delicatamente, in punta di piedi. Il giorno prima, allora, sarà unicamente una mela che prenderà il posto di ogni pasto. Alla fine ancor più delicatezza nell’uscirne: per tre giorni qualche yogurt, frutta…Durante otto giorni solo una semplicissima dieta liquida: acqua, tè o tisane con qualche goccia di miele, quanto basta. Tuttavia, ben presto, superati i primi morsi della fame, vi si svelerà un segreto…Quello di percepire altrimenti la vita che state vivendo. Un’attenzione e un rispetto particolari si attivano per il vostro corpo, incurante ormai della normale attività di trasformazione degli alimenti. Rinasce, pure, un bel senso di corpo comunitario, anzi ne diventa un aspetto prioritario: si digiuna in gruppi di una quindicina di persone, incontrandosi un paio d’ore al giorno per uno scambio e dei momenti di spiritualità. Comunitario sarà anche il suo obiettivo, perché il ricavato di una settimana di digiuno sarà devoluto a un gesto di solidarietà.

Lentamente: diventa questa una parola d’ordine. Si lavora ugualmente come sempre, ma con un altro ritmo. Più lento e più rispettoso del nostro corpo e degli altri. Un altro senso della vita vi si inocula sotto la pelle, quasi come un antivirus che pur togliendovi qualche energia vi trasmette il senso di una grande libertà. La libertà, in fondo, «non è fare ciò che si vuole» precisava Boussuet, «ma volere ciò che si fa». Ed è concentrare, allora ogni cura e ogni attenzione nei propri gesti, nei rapporti con gli altri, improntandoli alla non-violenza, alla pace e alla contemplatività. Ti metti a guardare gli altri tuffarsi nel cibo, preoccupati della ricetta, angustiati di «cosa mangeremo o cosa berremo». Mentre il vostro pensiero tra una tisana e l’altra si libra sull’essenziale, domandandovi che cos’è mai vivere veramente…Così, uno sguardo di gratuità e di compassione vi accompagna, un senso più acuto della vita, invitandovi a respirare a pieni polmoni e ciò vi riempie la testa.

Vi inseguirà, perfino, una strana empatia con milioni di altri uomini che digiunano per motivo della loro religione. E’ quell’austerità della fede in Allah che, per un mese, durante il giorno interrompe ogni rapporto con il mangiare e il bere per accostarsi meglio all’altro, alla comunità e a Dio. E anche solidificare il senso di sé. Paradossalmente, per molti che sono distanti dalla fede il digiuno «è la scoperta del linguaggio cristiano», afferma Anne Michèle Stern. Sì, quell’antico valore del digiuno, perdutosi nei secoli e diventato poi un’irrisoria proibizione del mangiare la carne. In tempi, in cui la cucina, il cibo e la sua celebrazione diventano perfino spettacolo culinario in diretta tivù, in una pubblicità alimentare esorbitante, ecco una forte testimonianza di vita spirituale da riprendere. D’altronde, sembra che anche Kofi Annan, ex segretario delle Nazioni Unite, prima di prendere una decisione importante avesse l’abitudine di praticare un digiuno di tre giorni.

Forse, il prossimo anno un’esperienza di digiuno verrà in mente anche a voi. Perché non lasciarsi tentare? Sì, dobbiamo imparare a fare le cose difficili, raccomandava Gianni Rodari: «Parlare al sordo, mostrare la rosa al cieco e…liberare gli schiavi che si credono liberi!».

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