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Verso l’anniversario di Papa Francesco

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Ricordi di don Fabián Baez, il sacerdote argentino che Papa Francesco ha fatto salire sulla Papamobile: “Come se avessimo già vinto il mondiale…”

La cosa più divertente, ascoltandolo, è la paura che aveva che in Argentina non gli credessero! Per questo le immagini delle televisioni puntate sulla papamobile lo immortalano mentre tira fuori il cellulare per scattare una foto. Adesso il suo problema è quello opposto, la popolarità che quel balzo di fianco al Papa gli ha cucito addosso. «Dopo Roma sono stato a Fatima; la gente mi riconosceva e mi fermava: “E’ l’amico del Papa… Quello che è stato sulla papamobile”! Tanti si avvicinavano e mi davano lettere da consegnargli. Non serviva dirgli che non lo avrei visto. Arrivando a Buenos Aires c’era addirittura una squadra di giornalisti appostata all’aeroporto. Poi la presenza della stampa alla messa, qui alla chiesa del Pilar. Ma la gente non cerca me, in fondo cerca qualcosa del papa, un ponte che porti a lui”.

Sta per cambiare parrocchia don Fabián Baez. Dalla chiesa del Pilar, di fianco al cimitero della Recoleta, una sorta di monumentale cittadino, a quella di san Gaetano di Liniers, il santuario di Buenos Aires. Ci andrà a giorni, a confessare stuoli di pellegrini. Che è poi quello che ha sempre fatto e che sa fare meglio. E pensare che l’esame da confessore non era stato un granché. “Non mi era andato bene”, racconta. E lo disse a Bergoglio, allora vescovo ausiliare di Buenos Aires. Era stato bocciato per aver assolto il penitente ipotetico senza approfondire “come si deve” i peccati. “Bergoglio mi disse che si sarebbe comportato allo stesso modo”. E gli fece ottenere la licenza di confessore. “Ero poco più che adolescente; fu molto comprensivo. Il tratto della misericordia, su cui insiste tanto, ecco”. Quello che don Fabián si lascia sfuggire, e che forse non vorrebbe neppure che si rivelasse, è che a sua volta ha confessato il futuro Papa.

La mattina del 13 marzo don Fabián Baez non immaginava di certo la piega che avrebbe preso la giornata. «Alle tre del pomeriggio, ora argentina, scendo in canonica dopo la fumata bianca per suonale le campane elettriche. Mi sono detto: quando diranno il nome dell’eletto tornerò giù a suonarle ancora. Un’ora dopo sento il cardinale Tauran che dice: Georgius Marius… ho capito subito che era lui! Ho provato una grandissima emozione e sono caduto inginocchio; mi sono dimenticato delle campane, non sono più sceso a suonarle. Sono corso in Piazza di Maggio, era già piena di gente, clacson, bandiere, come se avessimo vinto il mondiale. Sono poi tornato a celebrare la messa nella chiesa del Pilar. Non c’è mai stata tanta gente, era stracolma, anche la sacrestia dove siamo in questo momento era stipata di persone. La gente oltrepassava i bordi del piazzale”.

Il suo cardinale don Fabián non lo avrebbe più rivisto. «Gli ho scritto una lettera. Lo ringraziavo per essere stato un padre per me. Gli ho anche scritto che ero contento per la Chiesa universale ma che io avrei sentito la sua mancanza. Una settimana dopo mi è arrivata una lettera di suo pugno. Mi scriveva che l’elezione era stata totalmente imprevista, ma che da quel momento ha “sentito una pace che non mi ha più lasciato”. Gli ho fatto arrivare dei saluti, li ha ricambiati tramite altri sacerdoti, ma non ho più avuto rapporti con lui».

Fino all’indimenticabile giornata dell’8 gennaio.

«La papamobile passa una prima volta. Lui mi riconosce, e mi dice: “che cosa ci fai qui”? “Sono venuto a vederla” gli ho risposto. Mi ha colpito la sua serenità. E il fatto che il papa non guarda una moltitudine indistinta ma la singola persona, al punto che tra tutti ha riconosciuto proprio me. Mi ha fatto pensare a Dio che non vede l’umanità ma vede ogni cuore, ogni persona».

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