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L’Europa riconosca il contributo dei gesuiti

© Patrick Furlong
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Duecento anni dalla restaurazione della Compagnia di Gesù

Quest’anno si celebrano duecento anni dalla restaurazione della Compagnia di Gesù, dopo la sua soppressione alla fine del XVIII secolo. Non è una cattiva occasione per fare memoria “di quanto l’Europa deve ai gesuiti” e per ricordare come, grazie alla Compagnia, “la società abbia recuperato molte delle sue dimensioni intellettuali e morali, abbia aperto le porte alla conoscenza scientifica e abbia salvaguardato i valori morali”, ha scritto il docente di Storia Luis Suárez Fernández.

Quando Sant’Ignazio ha fondato la Compagnia di Gesù come complemento alla riforma cattolica spagnola, ha fissato per lei quattro punti: difesa della persona umana, dare all’educazione il primato sull’istruzione, riconoscere il valore di esercitare gli spiriti e soprattutto obbedienza al papa formulata come quarto voto. Tutto ciò si opponeva alla corrente che iniziava a dominare allora in Europa, l’assolutismo di Stato che esigeva, come continua a fare ancora oggi, la sottomissione di tutte le dimensioni della società, inclusa quella religiosa, alle dimensioni del potere. Quando – verso il 1740 – questo assolutismo è maturato, trasformandosi in dispotismo illuminato, la Compagnia è stata giudicata un pericolo, non solo per l’obbedienza al papa, ma per il rispetto profondo dell’identità della persona umana.

Per questo, nelle calunnie contro di essa – ruolo sociale delle scuole, riti cinesi e malabarici, missioni del Paranà – scopriamo un punto importante: i gesuiti rispettavano l’identità etnica e culturale dei Paesi nei quali portavano la Verità di Cristo. Un indio battezzato non ha motivo di rinunciare alle qualità personali; al contrario, può servirsene per progredire. Le missioni del Paranà non avevano nulla a che vedere con la lotta alla schiavitù, già proibita nei vicereami spagnoli. Il conflitto derivava dal monopolio delle pelli equine. Quegli indios agricoltori erano inoltre dotati di un senso speciale per la musica: fabbricarono i violini che ancora oggi chiamiamo Stradivari. I gesuiti ostacolavano l’imperialismo colonialista.

Il processo contro la Compagnia iniziò in Portogallo con il marchese di Pombal, e si diffuse subito in Spagna, dove Carlo III la proibì, come le altre monarchie cattoliche. Il papa difese la Compagnia – soprattutto Clemente XIII, che nel suo monitorio del 1768 spiegava tutti gli aspetti che rendevano indispensabile la presenza dei gesuiti nell’europeità. Non ottenne però altro effetto che quello di irrigidire l’atteggiamento dei ministri di Carlo III, che chiesero che i gesuiti venissero soppressi in quanto congregazione.

Dissoluzione della Compagnia

I nemici della Compagnia, tra cui molti vescovi, rifiutarono di riconoscere il primato del papa sulla questione. Il successore di Clemente, che portava lo stesso nome, credette di guadagnare tempo pubblicando il breve Dominus ac Redemptor, che dissolveva la Compagnia. Un breve non è una bolla, non viene incorporato nel Diritto Canonico. Nella pratica, si limitava a legittimare le decisioni dei principi che prescindevano da essa.

I gesuiti espulsi trovarono accoglienza in Prussia e in Russia, Paesi non cattolici ma che valorizzarono il loro apporto intellettuale. Curiosamente, lo stesso giorno della pubblicazione del breve un ragazzo di nome Chiaramonti entrava tra i benedettini. Era il 1773; mancavano poco più di 10 anni perché, con la Rivoluzione Francese, si verificasse il crollo del dispotismo illuminato. Chiaramonti avrebbe fatto una grande carriera nella Chiesa. Come vescovo di Imola, diffuse una definizione che contrastava con l’atteggiamento dei rivoluzionari: nel Natale del 1799 avvertì che un sistema democratico accettabile nelle decisioni della società ha bisogno dell’ordine morale se vuole sopravvivere. E la chiave era in questo.

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