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E se in questa Quaresima facessimo un po’ di “elemosina spirituale”

© PublicDomainPictures
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Quando parliamo di elemosina, ci ricordiamo poco di quelli che hanno tutto tranne le cose fondamentali

Passata la gioia del Natale, la Chiesa si prepara alla celebrazione dell’evento più straordinario nella storia dell’universo, anche al di sopra del “big bang” che secondo gli scienziati ha dato origine a tutto ciò che esiste: la Resurrezione di Nostro Signore Gesù Cristo. Questa celebrazione è preceduta da un periodo prezioso che, se se ne approfitta bene, trae immensi benefici spirituali a quanti lo prendono in modo serio e disciplinato; mi riferisco al tempo della Quaresima. Quando ne sentiamo parlare, ci vengono alla mente idee non sempre chiare circa il suo significato spirituale reale. Viene vista piuttosto come il tempo “carne no, pesce sì”. Idee errate mai inculcate dalla Chiesa.

Tre verbi caratterizzano il senso del tempo della Quaresima: digiunare, pregare e condividere. Di fatto, il Mercoledì delle Ceneri viene letto il testo del Vangelo di San Matteo al capitolo 6, dove Gesù ci ricorda l’importanza di questi tre atteggiamenti purificanti e purificatori che ci aiutano ad essere esseri umani e cristiani migliori. Ciò che tendiamo a dimenticare nel cammino è che queste tre cose sono così strettamente unite tra loro che una senza l’altra non è possibile: chi digiuna e non prega sta solo passando la fame; chi digiuna e non condivide sta solo risparmiando denaro; chi condivide e non prega è solo un filantropo e per chi prega e non condivide la sua preghiera è un dialogo egoista con Dio.

Il benemerito papa Benedetto XVI, nel suo messaggio per la Quaresima 2012, riporta un passo della lettera agli Ebrei (10,24) in cui, riprendendo le parole dell’autore sacro, ci ricorda la necessità di prestare attenzione gli uni agli altri, ma invita anche a pensare che questo sguardo che si posa sull’altro non è solo per vedere i momenti di carenza materiale, ma anche ciò che ha a che fare con il vuoto spirituale e la possibilità di perdere la salvezza. Quando pensiamo alla Quaresima pensiamo alla solidarietà; ricordiamo migliaia e migliaia di vittime delle catastrofi naturali e tutti i diseredati che sono stati oggetto di violenza e sradicamento. Poche volte pensiamo agli altri – mi riferisco a coloro che pur avendo tutto non hanno Cristo nel cuore. Probabilmente pensiamo che non sia un nostro problema e che ciascuno vedrà come salvarsi, ma anche su questo punto la Sacra Scrittura, che è Parola di Dio, ci insegna la necessità e il dovere di pregare e vegliare gli uni sugli altri. Forse non preghiamo al plurale il Padre Nostro anche quando lo recitiamo da soli? Concentratevi su questa preghiera insegnata da Gesù e scoprirete che ogni richiesta è elaborata in modo tale che quando chiediamo lo facciamo non solo per noi, ma anche per gli altri. Qui non vale usare la risposta di Caino quando gli è stato chiesto di suo fratello Abele: “Sono forse il guardiano di mio fratello?” (Gn 4,9). Certamente Dio ci dirà di sì, che lo siamo.

A volte il rispetto umano o il timore ci portano a far finta di niente di fronte al peccato degli altri e pensiamo: “ciascuno faccia ciò che vuole con la propria vita; io non mi impiccio di nessuno di modo che nessuno si impicci di me”. Questa indifferenza è quella che deve essere sradicata in questo periodo e per sempre, perché anche se è necessario rispettare l’individualità e la privacy dell’altro, dobbiamo anche sapere che il Signore ci permette di vedere o conoscere il peccato degli altri non perché lo divulghiamo o diffamiamo l’altro, ma perché facciamo qualcosa per lui, lo correggiamo, lo istruiamo e lo aiutiamo a trovare la strada giusta.

Bisogna essere astuti come serpenti e più sagaci dei figli delle tenebre, che hanno fin troppa immaginazione per il male. Quando pensiamo al modo di vivere la Quaresima, non dedichiamoci esclusivamente a organizzare raccolte di elemosine e a fare donazioni per alleviare le sofferenze fisiche degli altri (è chiaro, anche questo serve), ma pensiamo anche a come concentrarci su coloro che non hanno bisogno del nostro denaro ma di una voce di incoraggiamento, di una parola che sana e di qualcuno che sia capace di correggerli con amore.

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