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Spagna-Italia, antipasto di un Mondiale controverso

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Aleteia - pubblicato il 06/03/14

Dopo l'entusiasmo iniziale i cittadini brasiliani sono dubbiosi sulla bontà della competizione. Con oltre 7 miliardi di denaro pubblico spesi, quanto spazio avranno il gioco e i valori dello sport?

5 marzo, serata di amichevoli internazionali. L’Italia fa la sua parte: non vince e non entusiasma, com’è solita fare quando si tratta di partite che non contano nulla o quando gioca contro la Spagna, almeno negli ultimi anni. Prove generali in vista della Coppa del Mondo 2014 che si svolgerà dal 12 giugno al 13 luglio in Brasile, una nazione che sta attraversando un periodo piuttosto complessosotto l’aspetto economico-finanziario. Infatti gli ingenti costi che lo stato ha dovuto affrontare per organizzare la competizione mal si accordano con la povertà della popolazione che agita le piazze in segno di protesta. Sullo sfondo, un paese in cui il calcio è sempre stato qualcosa di più che un semplice sport.

Cosa non sta funzionando nell’organizzazione dei Mondiali
Oggi il Brasile è al 7° posto per PIL, su scala mondiale. Una crescita effettiva c’è stata. Ma non tutte le aspettative di quel periodo si sono concretizzate. Procediamo con ordine.
Per quanto riguarda l’organizzazione degli eventi, in particolare del Mondiale 2014, due sono le problematiche principali. La prima riguarda l’inadeguatezzaorganizzativa, i ritardi accumulati dai cantieri e la questione del “lavoro schiavo”, come riportato da Avvenire del 5 dicembre 2013. Il secondo problema riguarda invece gli alti costi che lo stato ha dovuto sostenere per la costruzione e la ristrutturazione di infrastrutture e stadi. Sempre Avvenire, il 5 marzo, mette in evidenza come i costi non abbiano rispettato le stime iniziali e come a fronte di una spesa complessiva di 8 miliardi di euro, 7 miliardi saranno coperti con soldi pubblici. Il dato è ancor più significativo se si considera che nel 2007, l’allora ministro dello Sport, Orlando Silva, aveva dichiarato che non sarebbe stato speso nemmeno un centesimo di denaro pubblico.

La grande protesta
Nel giugno 2013 la popolazione scende in piazza per protestare contro la Confederation Cup che si sarebbe svolta in Brasile di lì a poco e contro gli sprechi di denaro pubblico perpetuati dal nuovo governo di Dilma Rousseff.
Il pretesto è banale: il 2 giugno il governo aumenta del 6,7% il costo dei trasporti pubblici, come riporta il Corriere della Sera del 19 giugno 2013. Ma quanto basta per far esplodere la protesta. Con il passare dei giorni le manifestazioni si moltiplicano. Milioni di persone invadono le strade di diverse città brasiliane. La polizia e poi l’esercito tentano di garantire la sicurezza della competizione calcistica che nel frattempo è iniziata, il governo annulla l’aumento dei trasporti. La crisi piano piano rientra ma non si risolve il vero motivo della protesta. Continua l’uso di denaro pubblico e non migliorano le condizioni di povertà della popolazione. Così ora esplodono tutte le contraddizioni di un paese che è ormai una potenza mondiale ma la cui popolazione vive nella miseria.

E i valori dello sport?
Il calcio e il Brasile hanno un rapporto che non può essere rovinato da una mera questione di soldi. Eppure è questo quello che sta accadendo. Perché, è bene ricordarlo, il calcio è per molti la cosa più importante, ma tra le cose inutili. E quando si soffre la fame o si vive nella miseria, non ha più molto senso parlare di pallone.

Dunque tutto ruota attorno ai soldi? Pare proprio di sì. Soldi da spendere per organizzare un evento, soldi che potrebbero essere spesi diversamente per aiutare la popolazione, soldi da guadagnare dalla competizione calcistica. E non è un problema circoscritto al prossimo Mondiale. E’ una questione più ampia che riguarda tutto il movimento calcistico dove si continuano ad investire miliardi di euro.

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