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La Quaresima del cittadino

© liveostockimages/SHUTTERSTOCK
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Per rimettere in discussione la propria vita personale e quella comunitaria

Col mercoledì delle ceneri la Chiesa comincia il proprio cammino quaresimale. È l’occasione per ripensare, rimettere in discussione ed eventualmente cambiare la propria vita personale. Ma, poiché quest’ultima non si può mai del tutto scindere da quella comunitaria, lo è, forse, anche per ripensare, rimettere in discussione ed eventualmente cambiare la nostra vita pubblica. Se lo spirito della Quaresima è di realizzare nei cristiani una nuova conversione e di proporre anche ai non credenti una prospettiva di radicale rinnovamento – anche solo in termini umani – , ciò non può riguardare solo la sfera privata. Tanto meno in un’epoca come la nostra, che ha visto sempre più diventare problemi politici quelli, un tempo rigorosamente privati, della nascita e della morte,  della procreazione e dell’orientamento sessuale, e che, reciprocamente,  sperimenta ogni giorno le ripercussioni sulla sfera individuale – per quanto riguarda il lavoro, la famiglia, il benessere  – delle scelte politiche. Se non si vuole cadere in un intimismo religioso sempre meno credibile, bisogna dunque prendere sul serio l’inizio di questo tempo liturgico non solo  a livello personale, ma in quanto membri di una società e di una comunità politica.

E, da questo punto di vista, appare estremamente appropriato che la Quaresima sia in primo luogo un appello al riconoscimento dei propri peccati. Senza questo atto penitenziale, che ne costituisce il momento iniziale,  neppure la celebrazione dell’eucaristia potrebbe avere il suo corretto svolgimento, perché sarebbe basata sull’equivoco di una falsa innocenza. La Quaresima ci chiede di far nostro questo atto e di approfondirne il significato, che non è quello di uno sterile  senso di colpa, ma di una onesta presa di coscienza che anche noi siamo responsabili dei mali che ci affliggono.

Prendiamo per esempio il tema della giustizia sociale. Spesso ci lamentiamo di una casta politico-amministrativa che non intende rinunziare ai suoi privilegi. Ma, come dimostra chiaramente l’andamento delle ultime elezioni politiche, basta la promessa del rimborso e della definitiva abolizione di una tassa per indurre una larga fascia di elettori (molti anche cattolici!) a sostenere una parte politica, senza curarsi degli avvertimenti (poi rivelatisi assolutamente fondati) dei competenti circa le gravi conseguenze che simili misure avrebbero avuto sul bene comune (tra cui, peraltro, nuove tasse che in sostanza hanno annullato i loro pretesi vantaggi). Siamo così sicuri che le nostre proteste verso l’avidità di chi sta meglio di noi siano fondate sul nostro senso della giustizia e non sulla stessa ottica egoistica? Una piccola controprova: cosa facciamo per favorire una legislazione che operi un riequilibrio dei redditi, anche a nostro svantaggio, a favore di chi invece sta peggio di noi? Di fatto, è facile trovare categorie che protestano per difendere i loro interessi corporativi, molto meno cittadini che si battono per la giustizia.

È solo un esempio. In realtà, i nostri rappresentanti, con i limiti evidenti che ogni giorno rimproveriamo loro,  sono per lo più lo specchio dei rappresentati. E così non potrebbe non essere, del resto, in una democrazia, dove – non solo con le elezioni, ma anche con i sondaggi di opinione, con il diritto di manifestare pubblicamente le proprie proteste etc. – sono i cittadini a condizionare fortemente sia l’ascesa al potere che l’orientamento dei propri governanti. Non si pretende, qui, che la gente scenda in piazza, come pure è accaduto, anche recentemente, in Ucraina. Pe evitare il degrado della politica italiana sarebbero bastate forme meno impegnative di protesta. Come sarebbero andate le cose se, all’indomani della riforma elettorale che il suo stesso estensore definì «una porcata», e che lo era al punto da meritare il nome comune di «porcellum», i partiti che erano al governo e l’avevano promossa avessero visto crollare nei sondaggi la loro popolarità? Se, alle prime elezioni successive a quella infausta legge, gli elettori avessero preso atto che non si può essere governati decentemente da chi, con tanta arroganza, ostenta il proprio diritto di fare “porcate”?

No, non siamo innocenti di quanto è accaduto e sta accadendo in Italia, con gravi conseguenze per tutti. Qualcuno forse protesterà di fronte a questa affermazione, rivendicando la propria estraneità alla politica: «Io non mi sento colpevole di nulla!  Io non mi sono mai occupato di queste cose, anzi non sono neppure andato a votare». Ma proprio questo, di omissione, è forse il peccato che la Quaresima deve indurci a riconoscere, pentendocene. Non si può scegliere se occuparsi di politica o no: ci si può solo occupare di essa bene o male. In democrazia specialmente, è il popolo che conduce il Paese in una direzione o in un’altra. Il guidatore di un autobus non si può giustificare di aver causato un incidente dicendo che guardava da un’altra parte perché aveva altro a cui pensare.

La Quaresima, nella spiritualità cristiana, è però anche il tempo dei propositi di cambiamento. Un cambiamento che non punta su una rinunzia fine a se stessa, ma che la intende come occasione per interessarsi dei fratelli.  Non si tratta solo di mortificare la propria gola, rinunciando a mangiare dolci in questo periodo. Forse agli occhi di Dio può essere un sacrificio più meritorio e più fecondo quello di impegnarsi a leggere i quotidiani, per capire cosa sta succedendo sulla scena pubblica e maturare un proprio orientamento, in modo da non essere facile vittima degli slogan e delle facili suggestioni che tanta presa hanno sulla massa. Forse la Quaresima può essere il momento in cui assumersi le proprie responsabilità. Altrimenti non basterà non aver mangiato cioccolattini per averla vissuta nel modo migliore.

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