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Crimea, gli interessi della Russia

AFP PHOTO/ SERGEI SUPINSKY
UKRAINE, Kiev : Anti-government protesters gather on and around barricades at a road block in central Kiev on January 26, 2014. The Ukrainian opposition vowed to press on with protests despite an offer of top posts made by President Viktor Yanukovych as protesters took control of another building in the capital on January 26. Two months after the protests began in November over his decision to back out of an EU pact Yanukovych on January 25 offered to share leadership with Arseniy Yatsenyuk as prime minister and Vitali Klitschko as deputy prime minister in a bid to end the crisis. AFP PHOTO/ SERGEI SUPINSKY
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Il passaggio di Kiev nell’'orbita occidentale rappresenta un incubo per la Russia, che non vuole perdere egemonia nella regione

di Gianandrea Gaiani

Nonostante in questi giorni siano riproposti facili schematismi pro o contro la Russia, nella crisi tra Mosca e Kiev sono in gioco interessi strategici che rendono comprensibile un confronto senza esclusione di colpi.  Il passaggio di Kiev nell’'orbita occidentale rappresenta un incubo per la Russia. Il passaggio di Kiev nell’orbita occidentale, grazie ad una “rivoluzione” esplosa solo in piazza Maidan ad uso e consumo dei media internazionali e che gran parte dell’Ucraina ha visto solo in televisione, rappresenta un incubo per la Russia. Le più volta proclamate volontà del governo ad interim di Kiev (che rappresenta solo movimenti dell’ovest del Paese) di aderire a Unione Europea e Nato non fanno che rafforzare la volontà di Putin di contrastare un progetto che in pochi anni rischia di portare le truppe statunitensi con radar a lunga portata e scudi antimissile a pochi chilometri da Mosca.

Una preoccupazione legittimata ieri dalla notizia che il parlamento di Kiev discuterà una proposta di legge di adesione alla Nato- presentata dal partito “Patria” guidato da Iulia Tymoshenko. La stessa Alleanza Atlantica soffia sul collo della Russia annunciando maggiori aiuti militari statunitensi a Polonia e Paesi Baltici, quasi un avvertimento che la prossima mossa del grande gioco teso a ridimensionare lo “spazio vitale” russo sarà la destabilizzazione della Bielorussia, il cui regime è oggi l’ultimo alleato del Cremlino in Europa. Sul fronte economico la perdita dell’Ucraina indebolisce poi il progetto di Putin di costituzione dell’Unione Euroasiatica che dovrebbe unire in un grande blocco economico e finanziario molte repubbliche dell’ex Urss. Un’area con oltre 230 milioni di abitanti ricchissima di materie prime in cui dal gennaio prossimo dovrebbe esserci piena libertà di movimento delle merci, dei servizi, dei capitali e del lavoro. Un blocco che diverrebbe un serio rivale e un forte interlocutore per l’Occidente, la Cina e il mondo arabo.

L’Ucraina del dopo-Maidan non entrerà di certo nell’Unione Euroasiatica ma, un giorno, in quella europea portandovi le sue ricchezze agricole e i suoi distretti industriali, certo obsoleti tecnologicamente ma facilmente rilevabili dai colossi tedeschi (che con i polacchi hanno soffiato sul fuoco della rivolta anti-russa) che hanno miliardi di euro da investire per comprare e rinnovare aziende che dispongono di una manodopera qualificata e a basso costo.

Alle valutazioni economiche si aggiunge per Mosca il rischio di perdere il controllo delle grandi basi aeree e navali di Sebastopoli e più in generale della Crimea. Ipotesi strategicamente inaccettabile per i russi e non solo per la necessità di difendere la popolazione russa e filo-russa che vive in territorio ucraino. Per dimensioni e infrastrutture la base della Flotta del Mar Nero di Sebastopoli non è rimpiazzabile trasferendo navi e aerei in altri porti russi come Sochi o Novorossysk, più piccoli e che richiederebbero lunghi e costosi lavori di ampliamento. Sebastopoli alimenta la proiezione strategica russa nel Mediterraneo e nell’Oceano Indiano dove i russi hanno due basi: Tartus in Siria e un ancoraggio logistico alle isole Seychelles.

La gran parte delle armi e dei rifornimenti diretti in Siria a sostegno del regime di Bashar Assad partono dalle basi in Crimea. Comprensibile quindi che Stati Uniti, alcune potenze europee e le monarchie del Golfo vedano con interesse il riposizionamento dell’Ucraina per i suoi potenziali riflessi sul conflitto siriano specie ora che Washington e Riad hanno ritrovato l’intesa per rifornire di armi e denaro i ribelli siriani. Comprensibile anche che Putin non ceda perché sul “fronte ucraino” la Russia si gioca molte delle sue future prerogative come grande potenza.

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