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Si può digiunare di domenica o nei giorni festivi?

Frédéric CAPPELLE/CIRIC

Novena.it - pubblicato il 05/03/14

La disciplina della Chiesa è molto attenta alla persona ed è sobria sia nei contenuti sia nel tipo di obbligo che impone

È vietato digiunare di domenica? E nei giorni festivi?
Lettera Firmata

Risponde mons. Gilberto Aranci, vicepreside della Facoltà Teologica dell’Italia centrale

La domanda così posta non può che avere una risposta negativa. Nel senso almeno che non esiste un divieto esplicito da parte della Chiesa di digiunare nei giorni di domenica; al contrario, il digiuno lo ha richiesto e lo richiede in determinati giorni dell’anno liturgico. Tuttavia questo interrogativo permette di chiarire il significato che questa prassi penitenziale, ossia la rinuncia al cibo, ha per la vita del cristiano.

Riferimento principale è senz’altro il digiuno di Gesù e la sua risposta alla prima tentazione: non di solo pane vivrà l’uomo. Dopo essere stato battezzato e prima di iniziare la sua missione egli digiuna per quaranta giorni nel deserto (Mt 4,1-11; Mc 1,12-13; Lc 4,1-13). Il digiuno di Gesù è modellato sul duplice esempio di Mosè (Es 34,28) e di Elia (1Re 19,8): spinto dallo Spirito fa il digiuno per inaugurare la sua missione salvifica come atto di abbandono fiducioso nel Padre (Mt 4,1-4).

Gesù peraltro non prescrive nessuna pratica di digiuno ai suoi discepoli (Mc 2,18). Certamente non lo vuole disprezzare o abolire, infatti Gesù è venuto a portare a compimento la giustizia antica (Mt 5,17), ma vieta esplicitamente l’ostentazione del digiuno, che non deve essere fatto «per essere visti dagli uomini» (Mt 6,16-20). Gesù insiste molto di più sul distacco nei confronti delle ricchezze (Mt 19,21), sulla continenza volontaria (Mt 19,12), e, soprattutto, sulla rinuncia a se stessi per portare la croce (Mc 8,34). Già i profeti avevano denunciato il formalismo esteriore nel praticare il digiuno (Ger 14,12): per essere gradito a Dio, il vero digiuno deve essere strettamente unito alla carità verso il prossimo e alla ricerca della vera giustizia (Is 58,2-11): non può essere separato né dall’elemosina né dalla preghiera.

Nel contesto biblico infatti privarsi del cibo, che è considerato un dono di Dio (Dt 8,3), è un atto religioso e una maniera di porsi davanti al Signore (Dn 9,3; Esd 8,21). Il digiuno accompagnato dalla preghiera esprime la propria condizione umile davanti a JHWH: digiunare equivale ad «umiliare la propria anima» come è scritto nel libro del Levitico (Lev 16,29-31). La liturgia giudaica conosceva il «grande digiuno» nel Giorno dell’Espiazione (yom kippur) e la sua pratica era un segno dell’appartenenza al popolo di Dio (Lev 23,29).

La prassi giudaica nel tempo di Gesù era di tipo religioso: così la pratica del digiuno dei discepoli di Giovanni Battista e i farisei (Mc 2,18), alcuni dei quali digiunavano due volte la settimana (Lc 18,12). E la Chiesa apostolica conservò per il digiuno le usanze del giudaismo da compiersi però nello spirito voluto da Gesù.

A partire dal II secolo in preparazione della Pasqua si dovevano osservare due giorni di digiuno. Poi nel IV secolo, quando il Cristianesimo fu riconosciuto come religione ufficiale dell’Impero, la pratica del digiuno si legò sempre più al concetto di opere meritorie e a forme di legalismo. Verso il X secolo si affermò in Occidente l’obbligo del digiuno della Quaresima e furono stabiliti anche dei giorni obbligatori di digiuno. Ad esempio, nei riti stagionali delle Quattro Tempora erano giorni di digiuno il mercoledì, il venerdì e il sabato seguenti la prima domenica di Quaresima, la Pentecoste e la festa dell’Esaltazione della Santa Croce (14 settembre); una quarta stagione di digiuno decorreva dal 13 dicembre a Natale.

La Chiesa mantenne questa prassi fino al Concilio Vaticano II. Fu Paolo VI che con la Costituzione apostolica Paenitemini (17 febbraio 1966) introdusse una nuova pratica del digiuno limitandolo a due giorni dell’anno: il mercoledì delle Ceneri e il Venerdì Santo.

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