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Arriva il robot che aiuta gli anziani: sarà davvero un bene?

© Robot Era

Emanuele D'Onofrio - Aleteia - pubblicato il 05/03/14

È già stato testato a Pisa Robot Era, l’ultimo ritrovato della tecnologia che sarà in grado di sostituire l’uomo nell’assistenza alla terza età

È di circa trentacinque anni fa un film nel quale Alberto Sordi interpretava un uomo di mezza età, che stufo della moglie, affidava ad un robot le faccende domestiche. La cosa andava a finire male, a dir la verità, dal momento che Caterina, questo il nome della donna robot, sviluppava una violenta gelosia nei confronti dell’amante dell’uomo, al punto da costringerlo a dedicarsi solamente a lei. Il progetto europeo Robot Era, messo a punto presso l’Istituto di Biorobotica della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, non dovrebbe produrre conseguenze così problematiche. Le unità robotiche – al momento ne sono state costruite tre – sono programmate perché imparino a interagire tra di loro e con l’ambiente che le circonda, soprattutto allo scopo di dedicarsi alla cura delle persone anziane. Già settanta anziani avrebbero partecipato ai test delle complesse apparecchiature; ciò è avvenuto grazie al contributo dell’associazione Neurocare Onlus, impegnata nell’assistenza a persone affette da malattie neurologiche degenerative. Se da un lato non si può fare a meno di riconoscere l’utilità di questi robot, soprattutto laddove essi potrebbero seguire la somministrazione di terapie farmacologiche, non possiamo fare a meno di interrogarci sugli effetti, soprattutto psicologici, che produrrebbe il sostituire la macchina all’uomo nel sostegno agli anziani. Noi di Aleteia ne abbiamo parlato con il prof. Marcello Cesa-Bianchi, iniziatore e maggior studioso italiano di psicogerontologia, oggi docente all’Università Orsola Benincasa di Napoli.

Professore, fino a che punto la macchina può sostituire l’uomo nella cura di un anziano?

Cesa-Bianchi: Io non ho approfondito nei suoi dettagli questo progetto, e mi riservo di poterlo rivalutare in futuro sulla base delle notizie che potrò acquisire successivamente. Ma sulla base delle conoscenze che abbiamo fino ad oggi possiamo dire che allo stato attuale una macchina non può sostituire l’uomo. Non possiamo escludere che con le evoluzioni che potranno verificarsi nei prossimi anni nelle tecnologie e nelle modalità con cui certe apparecchiature si presentano, si possa in futuro trovare delle soluzioni che potranno permettere anche una parziale sostituzione. Ma dobbiamo pensare, anche in termini generali, che mentre una volta si riteneva che l’invecchiamento fosse un decadimento progressivo e irreversibile, un accumulo di patologia, oggi si pone in evidenza la grande variabilità delle persone che invecchiano. Accanto a persone che riescono ad essere estremamente creative, anche grandissimi personaggi in età notevolmente avanzata, ci sono invece coloro che perdono la propria autonomia, che vanno incontro a situazioni depressive, di demenza come l’Alzheimer, che è tra le più frequenti. Ebbene, la variabilità delle situazioni fa sì che per ogni individuo andrebbe cercata in un certo senso una soluzione differente, sia preventivamente, per fare in modo che questo individuo riesca nel corso degli anni a mantenere una sua identità, una sua capacità e un suo modo di esprimersi, sia per quanto riguarda la possibilità di intervenire terapeuticamente o attraverso un’azione riabilitativa nel caso che intervengano degli episodi che riescono ad ostacolare questa situazione.

Cosa aiuta davvero un anziano a stare bene?

Cesa-Bianchi: È stata messa in evidenza soprattutto negli ultimi anni l’importanza di alcune attività: tra queste è emersa soprattutto la creatività, il riuscire ad esprimere se stessi. Non è necessario essere un grande artista o un grande scrittore; basta essere una persona semplice, che può riuscire a realizzare qualcosa di innovativo rispetto a quello che ha sempre fatto. Questo costituisce una situazione estremamente positiva, che può aiutare ad invecchiare serenamente e a mantenere un proprio equilibrio. La psicologia positiva, un indirizzo di questi ultimi vent’anni, ha messo inoltre in evidenza che anche per gravi situazioni di patologie, tipo le demenze come l’Alzheimer, esiste sempre un nucleo, un elemento sul quale far leva per poterne attenuare gli effetti, arrestare gli sviluppi, cercare di ottenere un determinato recupero. Esiste sempre la possibilità di valorizzare certi effetti positivi, e non soltanto cercare di neutralizzare gli aspetti negativi. D’altra parte la messa in evidenza dell’importanza del rapporto interumano, sia nel caso di due anziani – che siano coniugi, che siano compagni, che siano colleghi, che siano comunque in condizione di interagire – sia nel rapporto intergenerazionale – ad esempio tra nonno e nipote – è importante perché ha posto l’accento sui benefici che entrambe le parti ne ricavano. Che la macchina possa sotto certi aspetti sostituire l’uomo è possibile e magari in futuro sarà anche realizzabile; che possa sostituirlo pienamente, in base alle condizioni che abbiamo attualmente, io penso si debba escludere.

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alzheimeranziani

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