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La proteina della “longevità”? Attenti al bluff mediatico

A&E/ Zach Dilgard
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Il geriatra Giuseppe Paolisso riporta nei giusti termini una ricerca che arriva dagli USA

La longevità è un concetto “astratto”, una nuvola sotto la quale si distende una realtà fatta di patologie e di fattori di rischio con cui ci troviamo a fare i conti ogni giorno. Eppure l’uomo non può fare a meno di lasciarsi attrarre dal mito, antico quanto la sua stessa razza, dell’elisir di lunga vita. Lo stesso vale per i media, che oggi danno grande enfasi alla notizia che arriva da oltre oceano, dove l’equipe di medici guidata dal dottor Rafael De Cabo, del National Institute on Aging, ha sperimentato sui topi gli effetti della proteina Sirtuin 1, o SIRT1, rilevando un aumento della vita media dell’8,8%. Tutto questo, chiaramente, si accompagna negli stessi roditori ad un miglioramento della funzione muscolare, del metabolismo ed in generale ad una riduzione dei fattori di rischio propri dell’età avanzata. Ma porre l’enfasi sul fattore della longevità, piuttosto che sugli elementi che la determinano, significa vedere le cose in modo rovesciato, come ha spiegato ad Aleteia il prof. Giuseppe Paolisso, ordinario di Medicina interna e geriatria presso la Seconda Università di Napoli, nonché presidente della Società Italiana di Gerontologia e Geriatria.

Professore, qual è il suo parere su questa ricerca?

Paolisso: La notizia vuole essere molto d’appeal, per come è stata presentata agli organi di stampa. In effetti è una notizia molto attesa, perché la Sirtuin 1 è una proteina già largamente conosciuta, tra l’altro attivata anche da una sostanza che noi attiviamo frequentemente che è il Resvetarolo, presente nel vino rosso, che è conosciuta per abbattere una serie di fattori di rischio importanti nell’uomo in generale, non solo nell’anziano: ad esempio riduce la glicemia, riduce il peso, riduce il colesterolo ed abbassa la pressione arteriosa. Tutto questo si abbina assolutamente con la possibilità che aumenti la longevità. Essendo questi i principali fattori di rischio per cui l’umanità muore, perché a tutt’oggi la prima causa di morte non è il cancro ma sono le malattie cardiovascolari, essendo i fattori che ho elencato i maggiori fattori di rischio per le malattie cardiovascolari, ne deriva che io riduco la possibilità di avere malattie cardiovascolari, e quindi alterazioni strutturali e funzionali dei vasi e del cuore, e questo facilita l’allungamento della vita.

Quindi non è una notizia davvero nuova?

Paolisso: Il meccanismo è abbastanza conosciuto. Sono l’applicazione del modello e la ricaduta mediatica ad essere particolari. Ricordiamo che questa è una ricerca ancora sui topi, non sull’uomo. Se lei avesse la possibilità di dare questa cosa all’uomo avremmo il premio Nobel non per la longevità, perché l’8% alla fine è un aumento di vita relativo, ma perché si sono sconfitti diabete e arteriosclerosi. Io capisco che i giornalisti siano attratti dalla notizia “longevità”. Io cerco cosa c’è dietro, che è molto più interessante scientificamente di quel dato dell’8% di aumento della vita.

Quello che conta dunque non è qualcosa che si chiama longevità, ma la cura delle malattie?

Paolisso: Esattamente, o la prevenzione delle stesse. Lei pensi di avere davanti una persona che è in sovrappeso, con un po’ di pressione arteriosa, col colesterolo elevato, magari è un maschio e ha anche un po’ di glicemia: se lei va ad utilizzare la scala del rischio, questi cinque fattori del rischio – e il fatto che è maschio li fa diventare sei – che non interagiscono facendo la somma, ma moltiplicandosi come fattori di rischio, generano un potenziale di malattia che è una bomba ad orologeria per una qualunque patologia importante. Ora si immagini di dare una pillola che abbatte tutto questo. Il vero messaggio è questo: si tenta di creare una terapia per quelli che sono i mali della civiltà occidentale, non per l’8% in più della longevità.

Se “la longevità” è un termine mediatico, cosa stanno cercando gli scienziati?

Paolisso: Il ricercatore in questione è un esperto di Sirtuine. Se legge il suo curriculum vedrà che Robertos De Caio è uno dei più grossi studiosi di sirtuine. Queste sono una serie di proteine – ovviamente situate all’interno della cellula – che vengono attivate da una serie di meccanismi e che danno come effetto finale questo. Io in premessa le ho detto che un metodo banale – ovviamente ponderando la notizia, perché non è che io posso bere 3 litri di vino al giorno – per attivare questo sistema è bere un bicchiere e mezzo di litro al giorno perché il resvetarolo che c’è nel vino attiva proprio la sirtuina. Quando si parla dell’effetto benefico del vino si parla proprio di questo. Allora, questo ricercatore, esperto di questo meccanismo, lo trasla da un sistema ad un altro, ovviamente lavorando al National Institute of Aging, poi focalizza la propria attenzione sulla longevità. Ma la longevità è l’ultimo baluardo di un sistema metabolico e proteico che è ben conosciuto avere una serie di effetti benefici sul diabete e sulle malattie cardiovascolari.

Dunque in qualche modo studia “la longevità” qualunque ricercatore che studi proteine di questo tipo?

Paolisso: Guardi, qualche anno fa al S. Raffaele il professor Pellicci studiò una proteina – credo che sia la P66 – la quale era in grado di cambiare il ciclo cellulare. Anche lui con la P66 ha dimostrato un allungamento della vita, proprio perché questo vale per qualunque persona che agisce sulla variazione del ciclo cellulare. Lui era un oncologo, che si chiese “se io agisco in questo senso, cosa succede nei topi in cui modifico questa proteina?”, ed ebbe lo stesso risultato. Anche all’epoca, su Nature, uscì un articolo su questa ricerca in cui si parlava di allungamento di vita. Ma è chiaro che si allunga la vita, sono tutti meccanismi che agendo sulle cellule, favorendo il non invecchiamento più che il ringiovanimento, favoriscono l’allungamento della vita. Sono tutti meccanismi addizionali che possono essere utili. Poi la stampa legge allungamento della vita e su quello si catapulta. C’è anche da dire che questa ricerca è pubblicata su Cell Report, che è una buona rivista, ma non appare né sul New England, né su Nature, né su Stein, che sono il top per gli scienziati. Ma attenzione, questo non vuol dire che questa sia una notizia da poco: parliamo sempre di una persona di alto livello che ha avuto un’idea brillante, ma che è la consecutio di una serie di ricerche precedenti che portavano su un’altra strada.

E quali benefici avrà questa ricerca sugli studi che verranno?

Paolisso: Da un punto di vista scientifico la notizia è che ora abbiamo la prova che in vivo, non più soltanto su sistemi cellulari avulsi da quello che è l’animale nella sua totalità, questo sistema può effettivamente essere efficace per allungare la vita, con queste premesse. Cioè mentre prima noi lavoravamo in vitro su singole cellule, oggi abbiamo la prova su un animale nella sua totalità. Questo è un bel passo avanti. Dobbiamo anche dire che tra il topo, la scimmia e l’uomo, il passo non è breve. Quindi non dobbiamo dire che noi domani mattina avremo la pillola. Noi oggi stiamo dicendo che in un sistema semplificato di animale in vivo, cioè il topo, abbiamo una risposta positiva. La avremo anche sulla scimmia? Anche sull’uomo? È tutto da dimostrare, anche perché non è detto che una terapia a lungo termine non possa dare degli effetti positivi. Bisogna dunque essere prudenti nel dare la notizia. Dare la notizia nella forma di “allungamento della vita”, si renderà conto, è un modo per creare appeal e attrarre risorse, attenzione e proporsi a traguardi politici diversi. Si immagini cosa vorrebbe dire annunciare “io ho la ricetta per arrivare a 120 anni”: significherebbe avere un potere politico ed economico di contrattazione immenso, altro che cancro.
 

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