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Il Grande Fratello: eliminare gli altri, vincere il premio e diventare famosi

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padre Francesco Occhetta - "L'UMANO NELLA CITTÀ" Il blog di Francesco Occhetta - pubblicato il 04/03/14

Le dinamiche di amicizia degli inquilini sono una spia di come si vive l’amicizia oggi? Sta cambiando l’idea di amicizia classica? Aristotele identificava l’essenza dell’amicizia nella koinônia, la comunione intesa come condivisione di vita, il mettere in comune fino a dare la vita per i propri amici, come insegna il Vangelo di Giovanni. L’amicizia vera, quella perfetta e autentica, è fondata sulla gratuità; i suoi surrogati sono quelli che propongono le dinamiche del Grande Fratello, quella del do ut des o addirittura quella di basarla sul piacere e sul consumo di rapporti.

Zygmunt Bauman paragona il Grande Fratello di G. Orwell a quello odierno, sottolineando come quello del passato era destinato all’«inclusione: integrare le persone, metterle in riga e tenercele», mentre quello di oggi mira all’«esclusione: individuare le persone che non si adattano al posto loro assegnato, scacciarle di lì e deportarle dov’è il posto loro, o meglio ancora non permettere loro mai di avvicinarsi», agendo così da buttafuori degli indesiderabili.

La tragicità del Grande Fratello di G. Orwell sembra scontrarsi con la banalità volgare e prepotente del «Grande Fratello» del reality: il primo è fondato sul dominio di potere invisibile e totalitario sulle persone libere e responsabili, riducendole ad automi, che neppure si rendono conto di essere costrette a fare quello che fanno; il secondo è fondato sul bisogno di apparire, di acquisire una notorietà fondata sul nulla e, soprattutto, sul desiderio di far denaro, vincendo il premio dovuto a chi resta. Ma che costo ha la vittoria? Si deve mettere a nudo la propria intimità ed eliminare l’altro con la delazione e con comportamenti che offendono la propria dignità.

Alla presentazione del programma del 2000, Fedele Confalonieri, presidente di Mediaset, dichiarò che l’iniziativa era esclusivamente un’operazione commerciale, che è la logica di molti dei programmi della tv di oggi. Le conseguenze di questa scelta, che ha permesso l’esaltazione di falsi valori, rende il gioco profondamente diseducativo, sfruttando il narcisismo e il desiderio di apparire.

È perciò sulle persone che organizzano il programma che il giudizio soprattutto umano — oltre che morale — dev’essere più severo. La trasmissione però non è soltanto la causa ma anche l’effetto del disagio e della paura delle giovani generazioni, tanto da contenere «gli urli» e le contraddizioni di coloro che si trovano «nel e sul mercato, al tempo stesso, o in modo intercambiabile, clienti e merci».

Questo aspetto non può non interrogare l’intera società. Del fenomeno rimane l’uso che se ne fa e come lo si assume. Compito degli educatori è aprire gli occhi sulle trappole della trasmissione. Compito dei genitori, degli educatori, delle parrocchie, delle associazioni giovanili e dei movimenti è smascherare le dinamiche descritte parlandone con i ragazzi che vi si immedesimano per distinguere ciò che &e
grave; permesso da ciò che è buono, ciò che inganna da ciò che dura e porta frutto; accompagnare i ragazzi affinché non imitino nella vita ciò che il reality propone come un gioco a scopo commerciale. Si deve superare lo stereotipo che chiede di recitare al meglio un ruolo perfetto per piacere agli altri, farsi scegliere da chi ti guarda e conseguire il premio in denaro. Altrimenti il rischio è di educare nuovi «gladiatori» in cui «nell’arena di un circo romano si dispiega il loro ludus, il loro pre-ludio di morte che ritualizza, anticipa la morte, l’eliminazione dell’altro.

Rimane aperta la domanda di Bauman, il quale si chiede se agli esseri umani rimanga come risposta di senso trovare una soluzione tra ciò che rappresenta il Grande Fratello di G. Orwell e il Grande Fratello della reality, «se il gioco dell’inclusione/esclusione sia l’unico modo in cui si può condurre la vita umana in comune». In realtà esiste una terza definizione di Grande Fratello: avviarsi per un cammino che permetta di diventare «grande fratello» sentendosi responsabili delle necessità degli altri, fino a dare anche la vita.

Leggi l’articolo sulla Civiltà Cattolica

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