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Papa Francesco e la "fiaba cinese" dell’abolizione della schiavitù

©ALESSIA GIULIANI/CPP

Terre D'America - pubblicato il 03/03/14

Il gergo popolare di Bergoglio è uno stile pastorale che abbiamo imparato a conoscere

di Jorge Milia

Parlava della condizione di tante persone sfruttate clandestinamente quando gliel’ho sentito dire, o forse, proprio il contesto in cui ha usato la frase ha fatto sì che la notassi. «Quando vi raccontano che nel 1813 è stata abolita la schiavitù nel nostro paese, non ci credete, sono “fiabe cinesi”. La schiavitù esiste ancora, in quei laboratori clandestini dove gli immigranti sono rinchiusi a lavorare ore e ore e dove mangiano e dormono senza poter uscire. Lì ogni macchinario, ogni giaciglio, ogni bagno sporco è uno strumento di tortura». Era il 23 settembre del 2011, giornata internazionale contro lo sfruttamento sessuale e la tratta di persone. Aveva attorno una piccola folla di persone in piazza Once, a Buenos Aires, attente e in ascolto di quel che diceva, mentre altre, lungo viale Rivadavia, passavano incuranti al lato e gettavano un’occhiata fugace. Lì gli venne su dal di dentro questa espressione del “cuento chino” riferito alla presunta abolizione della schiavitù.

Come si vede Papa Francesco non ha cominciato a coniare i suoi “bergoglismi” dopo il 13 marzo 2013. E’ una capacità, la sua, una disposizione lessicale la potremmo chiamare, ben radicata. Da quando? Non lo so, non posso dire da sempre ma il suo modo gergale di esprimersi è nato, o per lo meno si è forgiato, proprio ai tempi in cui era un nostro giovane insegnante di letteratura.

Di espressioni sue, tipiche, ne possiamo trovare molte nel corso della sua vita argentina. Alcune sono vere e proprie parole create ex novo, che non esistono nel dizionario della Reale accademia spagnola, espressioni forgiate sul momento per esprimere al meglio quello che sentiva di voler dire, neologismi in termine tecnico; altre sono espressioni popolari a cui ricorreva per farci capire in maniera più immediata dei concetti complessi o profondi. Poi, una volta pronunciate nel contesto e con il significato che gli dava lui, anche noi avremmo incominciato a usarle con il “giro” che gli aveva impresso. Per noi alunni era naturale sentirlo parlare così. Non ha mai smesso di creare neologismi o di usare espressioni popolari. E’ un suo modo di far sapere alla gente di tutti i ceti sociali che il pastore parla il loro stesso linguaggio. Del resto lo diceva sempre: “Bisogna parlare in modo tale che la gente capisca”.

Nel 1813 nel territorio delle allora Provincie riunite del Rio de la Plata fu abolita la schiavitù per decreto, e con essa i titoli nobiliari e gli strumenti di tortura. Tutti gli argentini studiano questo evento sin dalla scuola elementare. A loro volta sanno che esiste un vero e proprio esercito di immigrati che si riversa nella capitale dalle provincie più povere dai paesi limitrofi. Immigranti illegali che sono schiavizzati, la maggior parte delle volte dai propri connazionali che sono arrivati prima di loro e hanno già acquisito lo status di “legali”. Due cose risapute, l’abolizione della schiavitù e la schiavizzazione di tanti immigrati, due cose in contraddizione aperta tra di loro.

Ecco perché quando l’allora arcivescovo ha dettò quella frase lapidaria – non credete alla fiaba cinese dell’abolizione della schiavitù – tutti, proprio tutti i destinatari, hanno capito al volo cosa volesse dire.
Comunque posso spiegarmi che qualche europeo, pochi per la verità, possa anche far fatica ad apprezzare la ruvidezza popolare di Francesco. Hanno dalla loro l’attenuante di non conoscere la realtà latinoamericana, di aver solo sentito parlare di religiosità popolare e di baraccopoli gonfie di narcotrafficanti e delinquenti; tutto vero, ma forse non hanno mai saputo – o nessuno glielo ha detto – che in questi luoghi infernali, oltre e in mezzo ai delinquenti c’è tantissima gente povera di mezzi ma ricchissima di fede e umanità. E’ un mondo che non è ben conosciuto, dove la Chiesa – grazie anche a Bergoglio – ha gettato radici, dove la fede è presente in modo diverso da come lo è nelle città europee. Che poi non c’è nemmeno bisogno di andare tanto lontano con la geografia.

Nella stessa Buenos Aires convivono due realtà, due paesi diversi. E spesso una parte non sa dell’altra o non vuole saperne nulla. Nasce così la favola cinese della schiavitù abolita una volta per sempre, con un colpo di penna. Ma non è così. E l’espressione usata dall’arcivescovo lo ha detto in un modo chiaro e forte. Nel parlare comune dell’abitante di Buenos Aires e in generale in tutta l’Argentina, con l’espressione “fiaba cinese” s’intende qualcosa che non può essere vera. La Cina, lontana e sconosciuta, ha stimolato storie incredibili. Probabilmente l’espressione “cuentos chinos” è nata nel porto della città dove i marinai stupivano chi volesse ascoltarli raccontando cose incredibili alle orecchie dei presenti, cose che avevano visto o vissuto in terre lontane ed enigmatiche.

Ma non crediate che la fabulazione, o l’arte di affabulare per nascondere una qualche realtà, sia una prerogativa dei marinai. No. I politici, i governanti, la praticano eccome, preoccupati per declamare risultati sociali che nella realtà non trovano riscontro, e nel dipingere una realtà prospera che in verità non è tale, finanche il paese che esiste – Dio non voglia – corre il pericolo di saltare per aria un’altra volta.

Traduzione dallo spagnolo di Mariana Gabriela Janún

Qui l'originale

Tags:
gergopapa francescoschiavitù
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