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Perché San Paolo scrive che la donna deve essere «in piena sottomissione»?

@DR
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Il teologo risponde

In una lettera di Paolo di Tarso a Timoteo si legge: «La donna impari in silenzio, in piena sottomissione. Non permetto alla donna di insegnare né di dominare sull’uomo; rimanga piuttosto in atteggiamento tranquillo. Perché prima è stato formato Adamo e poi Eva; e non Adamo fu ingannato, ma chi si rese colpevole di trasgressione fu la donna, che si lasciò sedurre». Come si giustifica questa scarsa considerazione di San Paolo, che considero grandissimo, verso la donna?

Gian Gabriele Benedetti

Risponde don Filippo Belli, docente di Teologia biblica alla Facoltà teologica dell’Italia centrale.

Il testo in questione è tratto dalla prima lettera a Timoteo. È certo che brani di questo genere scandalizzino un po’ la nostra sensibilità attuale. Nessuno si permetterebbe di pronunciare simili parole, soprattutto in pubblico e apoditticamente.

Ora, occorre perlomeno precisare alcune cose del contesto in cui queste parole furono scritte, capirne il significato, ma anche cercare di comprendere se esse hanno ancora un valore oggi e quale.

Quattro considerazioni su questo testo mi sembrano importanti.

La prima è che praticamente tutta la prima lettera a Timoteo è, direi, una messa in guardia da abusi, deviazioni, confusioni che possono minare la vita della Chiesa. Paolo stesso indica lo scopo dello scritto: «voglio che tu sappia come comportarti nella Casa di Dio, che è la Chiesa del Dio vivente» (1Tm 3,14-15). Non deve sorprendere allora di ritrovare in numerosi punti della lettera richiami, ammonizioni e correzioni. Fa parte del ministero apostolico, come succede anche oggi. Evidentemente sul punto in questione c’era qualche problema, diciamo dei rischi di abuso. È proprio in forza della novità cristiana, la quale aveva introdotto una sostanziale uguaglianza (non c’è Giudeo né Greco, né uomo né donna, né schiavo né libero, ma tutti siete Uno in Cristo Gesù Gal 3,28) che potevano accadere fatti spiacevoli, soprusi, protagonismi, come molti punti delle lettere paoline ci testimoniano.

La seconda considerazione è che se è vero che Paolo ha qualcosa da dire sul comportamento delle donne in assemblea, è vero anche che lo stesso fa per gli uomini richiamandoli a una preghiera che sia sincera: voglio dunque che in ogni luogo gli uomini (leggi i maschi) preghino, alzando al cielo mani pure, senza collera e senza polemiche (1Tm 2,8). Ce n’è dunque anche per loro. Ma la stessa cosa vale per ogni categoria di persona: vescovo, presbitero, diacono, schiavo, insegnanti, ecc. ai quali Paolo rivolge severi ammonimenti.

La terza considerazione parte da una constatazione: nella stessa lettera ci sono due accenni al un ruolo positivo e costruttivo della donna nella vita della Chiesa. In 3,11 Paolo sembra alludere alla possibilità di un ministero diaconale anche femminile (la cosa a dire il vero è molto discussa, ma non si può escludere) e in 5,3ss anche le vedove sono ritenute una risorsa per la Chiesa, qualora non deviino dal loro status. Nonostante la durezza del linguaggio, non si può dire allora che Paolo abbia una visione totalmente e assolutamente negativa della donna. Tanto più se teniamo in conto tutto l’epistolario paolino e non soltanto la nostra lettera.

Infine, è da ricordare che Paolo scrive in un contesto culturale certamente diverso dal nostro, nel quale la donna era vista in modo sicuramente diverso da come oggi la consideriamo e che l’idea della sua sottomissione all’uomo era l’idea fondamentale (è arrivata fino ai giorni nostri comunque!). In questo caso Paolo, come anche in altri – vedi gli schiavi – non fa rivoluzioni, ben cosciente che la vera rivoluzione avviene con il cambiamento del cuore e non con cambiamenti strutturali immediati (che invece seguiranno nel tempo grazie anche al cristianesimo). È da considerare per esempio che in ambito giudaico era impensabile (e lo è tutt’ora in gran parte dell’ebraismo) che una donna partecipi attivamente e ministerialmente alla liturgia sinagogale. Anche le motivazioni teologiche addotte, la primazia creaturale dell’uomo sulla donna e la fragilità della prima donna alle lusinghe del peccato sono tipicamente giudaiche e alle queste Paolo si attiene da buon giudeo.

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