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«Che avrei fatto se mi avessero eletto?»

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Dal nuovo libro «Il vescovo di Roma» di Luigi Accattoli, una risposta intrigante alla domanda sulla sorgente dell'«allegria manifesta e debordante» di Papa Francesco

di Luigi Accattoli

Con l'avvicinarsi del primo anniversario dell'elezione arriva in libreria «Il vescovo di Roma», il volume in cui Luigi Accattoli per l'editrice EdB parla delle «novità di Papa Francesco». Chi segue Vino Nuovo conosce bene la profondità e insieme l'ampiezza dello sguardo di Accattoli, che nel libro – ad esempio – non manca di dedicare un excursus interessante e niente affatto ostile anche ai «delusi da Francesco». Come assaggio del libro vogliamo però qui proporre le pagine conclusive, in cui l'autore si chiede che cosa sia cambiato in Jorge Mario Bergoglio tra il Conclave del 2005 e quello del 2013. Proponendo alla fine una personalissima parabola tutta da leggere… (G.Ber.)

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Come hanno fatto i cardinali a portare all'accettazione del papato a 76 anni chi non lo volle quando ne aveva 68? Penso che non lo sapremo mai e dobbiamo fare spazio alla sorpresa che è amica dei conclavi. In una conversazione avvenuta poco dopo la fumata bianca, il cardinale Angelo Scola mi ha dato questa buona risposta: «Lo Spirito Santo ci ha presi e ci ha rigirati». Credo che il rigiro ci sia stato anche per il cardinale Bergoglio ed esso ha ottenuto che l'umile argentino si sentisse pronto a osare il papato e a farsi da gesuita francescano.

Ricordo un colloquio con il cardinale Jorge Mejía, connazionale di Bergoglio che ora ha 91 anni e che ha avuto un infarto – pare superato bene – proprio il giorno dell'elezione di papa Francesco; un colloquio che avvenne alla vigilia del conclave del 2005 e nel quale rispose così alla mia domanda sul papabile Bergoglio: «È un santo, sarebbe un bellissimo papa, ma se vede che lo votano si spaventa ed è capace di rifiutare l'elezione per umiltà».
Questa idea della sua riluttanza dev'essere circolata tra i cardinali elettori anche nell'ultimo conclave: il cardinale Damasceno Assis, presidente della Conferenza episcopale brasiliana, ha detto il 21 marzo 2013 al Tg2: «Alcuni pensavano che non avrebbe accettato». Ho ascoltato di persona cardinali che mi hanno raccontato «il volto grave e come spaventato» che gli avevano visto durante gli scrutini in Sistina quando lo vedevano passare per portare la scheda all'urna.

Nell'intervista alle riviste dei gesuiti Francesco fa questa confidenza al padre Spadaro:
Mi dice che quando ha cominciato a rendersi conto che rischiava di essere eletto, il mercoledì 13 marzo a pranzo, ha sentito scendere su di lui una profonda e inspiegabile pace e consolazione interiore insieme a un buio totale, a una oscurità profonda su tutto il resto. E questi sentimenti lo hanno accompagnato fino all'elezione.

Dal buio alla luce, dall'ansia alla pace: nel colloquio con Scalfari il papa conferma che all'origine della sua accettazione del papato ci fu un'esperienza mistica, la chiama proprio così. «Chiesi di potermi ritirare per qualche minuto» racconta. «Chiusi gli occhi» e «una grande luce mi invase».
Quella luce nel buio della Sistina, che lo fa papa, non è solo un vivissimo elemento autobiografico, ma ci fornisce la chiave per intendere la serenità e l'audacia con cui egli va avanti da vescovo di Roma: avendo fatto quanto poteva per evitare il papato, si sente ora autorizzato a compiere il proprio cammino. Il portatore di un pontificato accettato dopo così viva resistenza può trarre dall'esperienza stessa dell'accettazione l'incoraggiamento a non temere critiche e calcoli.
Un richiamo al film di Nanni Moretti Habemus papam (2011) può aiutarci a intuire l'esperienza bergogliana. Il papa impersonato nel film da Michel Piccoli invoca di non essere eletto, piomba nel buio dell'accettazione e in quel buio non sarà raggiunto da alcuna luce perché la cerca dentro di sé dove trova solo inadeguatezza. Moretti ha intuito bene la crisi delle Chiese europee e l'odierna sproporzione del peso del papato rispetto a qualsiasi uomo a esso venga chiamato. Ma gli erano sfuggite le risorse di altre esperienze cristiane sul pianeta, oggi maggioritarie e pronte ad assumersi un ruolo di guida. Soprattutto gli era sfuggita la possibilità che nell'oscurità irrompa la luce.

Concludo la mia indagine su Francesco con una parabola di mia invenzione per dire non il segreto della sua inattesa accettazione ma la prontezza con cui è stato da subito un papa nuovo, quale sono venuto esponendo nei dodici capitoli.
Dopo lo spavento provato al conclave del 2005 – narra la parabola – il cardinale Bergoglio tornato a Buenos Aires più volte, in otto anni, si era svegliato la notte con la domanda: «Ma che avrei fatto se mi avessero eletto?». La domanda ritornante si faceva via via concreta: che nome sceglievo, che facevo con l'abito, con l'abitazione? Con le domande venivano le risposte ed erano audaci: tanto il pericolo era passato, il papa ora c'era, quello giusto, non uno impreparato come lui; e lui intanto era vecchio, e del resto non si rivota chi si è tirato indietro. Ecco perché quel pomeriggio verso sera di quasi primavera ebbe pronto il nome, il vestito, la croce pettorale. Ebbe pronta l'anima.

Qui l'originale

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