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Il sacro non è l’opposto del profano

Sergieiev

L'Osservatore Romano - pubblicato il 25/02/14

L’alleanza del progetto di un cosmo sociale edificato sull’abbandono degli dèi e sul congedo di Dio, ora, si è spostata dalla politica alla bio-politica, dall’economia alla tecnocrazia. In tal modo, la tradizionale cultura dell’umanesimo si rende disponibile a essere interamente riscritta in una nuova chiave. La cultura umanistica assiste, per lo più inerte e nostalgica, all’efficienza burocratica e mediatica di un nuovo totalitarismo della vita buona, che ha semplicemente mutato i parametri della necessità e della libertà (del bisogno e del godimento).

L’inquietudine dei popoli lampeggia sempre più frequentemente, qua e là. L’accorta gestione delle due leve dell’assoggettamento post-moderno, ossia l’atomismo etico dell’individuo e la gestione mediatica delle masse (i liberi e uguali che stanno nel mezzo si assottigliano, e comunque rimangono per così dire abbandonati a se stessi), per il momento funziona egregiamente. L’inerzia della gestione burocratica del sacro, individuale e di massa, fatica a congedarsi dall’ethos cristiano (con la tentazione di risolvere le condizioni dell’appartenenza della fede nella maggiorazione della competenza ideologica e della partecipazione militante). La compiuta omologazione civile del fronteggiamento secolare del sacro è a sua volta tentata di percorrere la via della gestione burocratica degli affetti (accelerando la spinta per la riduzione allo stato laicale della cittadinanza).

In questo passaggio post-illuministico, invero piuttosto radicale, il punto chiave rimane il congedo della mediazione religiosa della ratio hominis digna, ossia della ragione impegnata ad assicurare l’umanesimo dell’uomo. La tradizione, la testimonianza, l’esperienza della fede religiosa in Dio — e specificamente quello cristiano, come annota alquanto ringhiosamente Heidegger nei suoi Beiträge — non soltanto è giudicata l’eredità di un dispositivo consolatorio non più degno della nostra visione del mondo, ma anche una grave limitazione per il suo sviluppo. Perlomeno nella sua versione istituzionale, fatalmente in conflitto con la moderna concezione della coscienza individuale e della libertà politica.

Non mancano naturalmente voci dissonanti, anche non religiose e non cristiane, che considerano un grave errore, proprio nella congiuntura presente, il lavoro di pura e semplice de-costruzione del patrimonio simbolico e del repertorio umanistico che le religioni gestiscono. E non sono poche, nel contesto di un nuovo interesse per la valorizzazione di questa mediazione religiosa, in una nuova chiave — post-confessionale e post-metafisica — le voci di un certo rilievo che sottolineano l’irriducibile singolarità del modo in cui il cristianesimo stesso ha introdotto nella storia un modo radicalmente inedito di fronteggiamento del sacro: dentro e fuori i confini del religioso. Prima di mettere a fuoco il gesto del disincantamento chiesto alla fede cristiana in questa congiuntura, è necessario riportare l’attenzione su una chiave di lettura del rapporto fra il sacro, la religione e la secolarizzazione, il cui approfondimento sembra colpevolmente trascurato. Parlo della cultura umanistica, ma, in certo modo, anche dalla teologia cristiana.

Il sacro non è l’opposto del profano e non va semplicemente risolto nell’ambito del divino. Del primo superamento si è ormai acquisita la pertinenza. Al di là del valore indicativo e pratico, l’opposizione non ha riscontro pensabile e realmente corrispondente alla realtà. La pervasività del sacro, come anche la sua straordinaria capacità di aderire alle trasformazioni più impensabili e di sopravvivere alle dislocazioni più imprevedibili, può considerarsi un dato acquisito per l’antropologia culturale e la sociologia. Analogamente, l’idea prospettata nella prima fase del dibattito teologico sulla secolarizzazione, circa la radicale profanità del mondo che conseguirebbe alla dottrina biblica della creazione, al di là della sua significazione in termini di presa di distanza nei confronti di una concezione arcaica o panteistica della natura, deve essere considerata di limitata portata esplicativa nei confronti dell’esperienza effettiva delle forze del sacro, irriducibili alle forme della sua riduttiva identificazione con l’oggetto — o il soggetto — religioso in senso convenzionale.

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friedrich nietzschesacro

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