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Il sacro non è l’opposto del profano

Sergieiev

L'Osservatore Romano - pubblicato il 25/02/14

Forme e luoghi dell’adorazione nell’odierna città-mercato

Il 25 e il 26 febbraio si svolgerà a Milano, alla Facoltà teologica dell’Italia settentrionale, il convegno «Una fede per tutti? Forma cristiana e forma secolare». L’incontro, spiegano gli organizzatori, intende approfondire «la questione del rapporto tra èthos cristiano ed èthos civile. Anticipiamo la prima parte della relazione del preside della facoltà.

di Pierangelo Sequeri

L’uomo “esposto al sacro” è una definizione illuminante della condizione umana. La congiuntura che, di nuovo, all’inaugurazione della contemporaneità (ossia nel momento in cui l’idea di società secolarizzata requisisce la definizione occidentale dell’epoca), abbiamo ripreso a indicare come morte di Dio e abbandono degli dèi, ha reso più evidente la “drammatica” di questa esposizione.

Di essa, gli antichi sapevano più di noi. Nella matrice greca della nostra cultura, la prima razionalizzazione di questa correlazione è proprio la nascita della tragedia. Nel momento in cui siamo abbandonati dagli dèi, la nostra esposizione al sacro — la cui forma suprema è un fato imperscrutabile (eimarmene), legge e arbitrio al tempo stesso, necessità e ingovernabilità — è totalmente priva di difesa: siamo nudi di protezione per la giustizia degli affetti e vulnerabili a ogni orribile mescolanza dei contrari. La configurazione della situazione-limite ci rende consapevoli del pericolo: fino a che possiamo raccontarlo possiamo circoscriverlo, e fino a che possiamo circoscriverlo ne rimaniamo salvi, come spettatori.

Noi moderni però, a differenza degli antichi, abbiamo l’esperienza ormai provata di una lunga storia della elaborazione “estetica” di questa condizione dell’assenza degli dèi e del tramonto di Dio. Parliamo, per dirla in breve, dell’inedito progetto di trattare questo vuoto come l’apertura di uno spazio creativo a disposizione dell’uomo, come la base per la composizione sinfonica di un nuovo mondo, come il mare aperto di una libertà che finalmente risponde soltanto a se stessa. Del progetto, insomma, di edificare un cosmo su questo vuoto, un ordine della bellezza e della vita buona, una civiltà e un umanesimo. Naturalmente, siamo divenuti rapidamente consapevoli del fatto che il contraccolpo di questo svuotamento appariva anche nella forma della svalutazione di tutti i valori e del nichilismo che sottrae ogni fondamento a un senso condiviso. In attesa della trasvalutazione di tutti i valori, e dell’aurora di un nuovo sole dei liberi e uguali, è con il prosciugamento del mare e con la caduta del cielo che dobbiamo fare i conti. Nietzsche ne era certamente più avvertito dei suoi nipotini apprendisti dell’al di là del bene e del male.

Il progetto di edificare il mondo della vita — di affrontarne il tragico, di progettarne l’estetica — sulla base dell’opportunità rappresentata dall’abbandono degli dèi e dal congedo di Dio, non induce alcun serio ripensamento di questa lettura della secolarizzazione. Di fatto, rimane una curiosità caratteristica della cultura critica del tempo presente. A fronte di un vastissimo consenso sul fatto che il progetto non impedisce al nichilismo (che distrugge i valori) e al narcisismo (che distrugge la comunità), di nutrirsi rigogliosamente, a spese delle nuove generazioni, un’occhiuta censura intellettuale sottrae puntigliosamente credito all’ipotesi di ripensare criticamente la pregiudiziale anti-religiosa della cultura.

In ogni modo, l’intellighenzia post-nietzscheana sostenitrice di questo progetto, non vi rinuncia, a dispetto dei suoi ingovernabili effetti di disgregazione sociale, e nonostante l’enfasi autocritica nei confronti del pensiero eurocentrico e dell’egemonia che esso esercita anche nei confronti degli effetti negativi dei processi di globalizzazione. Una parte significativa di essa, al contrario, vi ha adattato i motivi umanistici del processo della secolarizzazione civile avviato dall’illuminismo, salvo congedarsi piuttosto disinvoltamente — in verità, è una vera e puntigliosa epurazione — dallo sfondo ancora religioso, teologico e metafisico, della ragione moderna. È a questo sfondo, infatti, che pensa ancora nei termini di verità, incondizionato, necessità, etica e trascendenza, che viene attribuito il fallimento di cui la prima secolarizzazione ha dato orribile prova con le ideologie totalitarie e aggressive del Novecento.

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friedrich nietzschesacro
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