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Omosessuali in seminario? Maturità affettiva, per un sacerdote, è amare Gesù

© Africa Studio/SHUTTERSTOCK

Emanuele D'Onofrio - Aleteia - pubblicato il 17/02/14

Quindi si parla di “tendenze radicate” anche nel caso dell’eterosessualità?

Tapia: Sì, esattamente. Bisogna capire se c’è una vocazione con la V oppure con la B. Cioè, quale è il motivo che ha portato una persona ad entrare in seminario. Assicurarsi che non stia entrando solo per risolvere un problema di vita. Poi occorre cercare di capire se quella persona ha come desiderio il servizio, e se si rende conto che per poter servire tutti almeno nella Chiesa latina uno è chiamato a vivere il celibato. Il terzo punto è che il celibato deve essere visto non come un obbligo, ma come una scelta d’amore. Allora aiutare il seminarista a fargli capire che l’unica cosa che può garantire il celibato è il fatto che sia innamorato di Cristo, che in definitiva significa essere innamorato di tutta la Chiesa, di ogni persona. A volte qualcuno pensa che se il sacerdote non si sposa è perché non ha cuore, ma questo è completamente sbagliato. Basta vedere la vita di ogni sacerdote santo: i santi non “si innamoravano” di una sola persona ma di ogni persona che trovavano. Il celibato si spiega – come lo vedo io – come una grazia, una capacità che Dio dà ad una persona di amare tutti, ed invece in queste forme problematiche di dominio della propria maturità affettiva, il cuore si fa piccolo, e cerca soltanto quello che soddisfa il desiderio di ogni istante. Allora il problema non è l’omosessualità, ma è la castità.

Nella sua esperienza i candidati hanno difficoltà a svelare le proprie tendenze omosessuali?

Tapia: Direi che hanno una tendenza ad occultarle, perché loro stessi si rendono conto che se venissero fuori non potrebbero continuare col cammino del sacerdozio. Ma la sfida sta tutta nel creare questo clima di fiducia tra la squadra formativa e il seminarista, perché questi si renda conto che il problema non è essere o meno sacerdote, ma vivere felici in questa vita. E noi cerchiamo di aiutarlo a trovare quale sia il cammino che Dio sta segnando. E in ogni caso, se hai una tendenza problematica come questa, noi vogliamo aiutarti sia che tu diventi sacerdote sia che non lo diventi, questo è secondario. In questo momento la cosa è aiutarti a maturare. Perciò è molto importante che le persone che lavorano in seminario siano molto aperte, al fine di poter trattare con qualunque categoria di persone, e siano molto disponibili ad ascoltare, più che a parlare. Saper far parlare, suscitare curiosità: molte volte durante un pranzo o durante una partita di calcio il fatto che una persona se la prenda per un problema minimo ti fa capire che c’è un problema di maturità umana. Allora gli chiedi: “Ma Gesù si sarebbe comportato così se fosse stato al tuo posto?”. Lo fai ragionare e a poco a poco lo aiuti. Ci vuole tempo, ed è logico che il seminario richieda almeno 6 anni, è questo il minimo previsto dalla legge. In molti casi vengono in aiuto dell’equipe formativa anche i parroci che si prendono cura dei seminaristi durante le vacanze. Questo è un altro aiuto molto importante, perché uno invia il seminarista durante le vacanze a fare la pastorale nella propria o in altre parrocchie, e allora è importante che quel parroco sia nella linea formativa di tutta la diocesi. Questo perché lui metterà il seminarista in contatto con un ambiente completamente diverso, fuori dalla campana di vetro del seminario, e allora sono i parroci che ti fanno capire che lì ci può essere un problema.

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omosessualitàreligionesacerdozio
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