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La mammografia non salva la vita

Pacific Northwest National Laboratory

Chiara Santomiero - Aleteia - pubblicato il 14/02/14

Scienziati divisi sui risultati di uno studio canadese. Ma la prevenzione non va abbandonata

In direzione completamente opposta e contraria alle campagne di prevenzione degli ultimi anni, uno studio canadese appena pubblicato sul British Medical Journal, dimostrerebbe che l'esame diagnostico della mammografia non serve a ridurre la mortalità per tumore al seno. Non solo: lo screening mammografico, consigliato in tutta la fascia d'età tra i 40 e i 59 anni, avrebbe l'effetto di sovrastimare i casi e spingerebbe a cure non necessarie. Secondo l'autore dello studio, per almeno una donna su cinque la diagnosi di tumore risultante dalla mammografia è sbagliata.

Lo studio dell'Università di Toronto ha coinvolto 90 mila donne ed è durato 25 anni ed è finora il più ampio riportato dalla letteratura medica. Non è la prima volta, tuttavia, che l'utilità della mammografia si trova al centro del dibattito. Alcuni Paesi, come la Svizzera, non promuovono più programmi di questo tipo, proprio perché non sembrano incidere sulla sopravvivenza e portano a trattamenti non solo inutili, ma dannosi per gli effetti collaterali che comportano (Corrieredellasera.it 13 febbraio).

Ricercatori e medici invitano alla prudenza e operano dei distinguo. Pierfranco Conte, professore all’Università di Padova e Direttore dell’Oncologia 2 dell’Istituto Oncologico Veneto Irccs sottolinea come con gli screening siano “aumentate enormemente le diagnosi di carcinoma mammario cosiddetto in situ: un tumore che non dà metastasi, ma che viene però trattato con la chirurgia e la radioterapia”. In dubbio anche il criterio scelto per l'indagine conoscitiva. “I canadesi hanno scelto la sopravvivenza come parametro per valutare l’efficacia dello screening – spiega Francesco Di Costanzo, direttore dell’Oncologia nell’Azienda ospedaliera-universitaria Careggi di Firenze – ma probabilmente non è il migliore, soprattutto quando si misura su un lungo arco di tempo. Nel frattempo, infatti, possono intervenire altre malattie che possono portare a morte e confondono i dati. E poi bisogna considerare le macchine: un mammografo di 25 anni fa non è come uno di oggi: il potere diagnostico di questi strumenti è migliorato moltissimo” (Corrieredellasera.it 13 febbraio).

Secondo molti esperti non è ancora arrivato il momento di cancellare i programmi di prevenzione, come è stato già fatto invece per un’altra neoplasia, quella della prostata, la cui diagnosi precoce viene fatta attraverso la misurazione del Psa, l’antigene prostatico specifico, nel sangue). Però i dati della ricerca aiutano a capire che occorre ripensare i modelli di screening tenendo conto non solo di efficacia ma anche dei costi. Per esempio, ancora secondo il prof. Conte, questi risultati dimostrano come la mammografia non sia giustificata al di sotto dei 45 anni e al di sopra dei 70. Infine occorre tener conto che “la medicina sta cambiando rapidamente. Il tumore al seno non è una sola malattia, ma un insieme di malattie diverse da un punto di vista genetico, alcune più aggressive, altre indolenti, che hanno in comune solo il fatto di manifestarsi nello stesso organo: la mammella”. Gli interventi per la diagnosi precoce andrebbero quindi “personalizzati” sul paziente, per familiarità con il tumore, abitudini di vita anche sessuali ed altri elementi, così come si fa per le terapie (Corrieredellasera.it 13 febbraio).

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