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Il volto esigente di Francesco

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Nei messaggi per la Quaresima e per la Gmg c'è l'invito a una testimonianza dell'incarnare più che del mostrare. Come quella di Pier Giorgio Frassati

di Luca Bortoli

Quaresima e Giornata mondiale della gioventù. Negli scorsi giorni sono stati presentati due messaggi di papa Francesco, alla vigilia del primo anniversario dalla sua elezione, che mettono in luce un tratto chiaro, forse non ancora ben sottolineato, del suo pontificato: esigente.

Rapiti dalle sue manifestazioni esteriori (senza precedenti a onor del vero) e dai suoi comportamenti che hanno rotto col passato (non si contano più gli articoli sulle sue telefonate a case comuni e monasteri dotati di segreteria telefonica), in molti ci siamo innamorati fin dai primi giorni di Jorge Mario Bergoglio. Anche chi allo scandire del suo nome si era chiesto "Bergoglio chi?".

Quasi un anno dopo, dunque, è venuto il momento di ascoltare questo papa, non più semplicemente di ammirarlo, e questi due messaggi, usciti uno dopo l’altro, rappresentano una buona occasione.
Alla nostra Quaresima non chiede semplicemente una riflessione, magari anche dai tratti spirituali, sulla miseria (nelle sue tante declinazioni). Francesco chiede ai cristiani soprattutto la testimonianza del Vangelo, una delle cose forse più difficili nel contesto sociale odierno. Anche perché nel secondo messaggio, quello rivolto ai "cari giovani", il papa indica un testimone alto, un beato che nelle situazioni di miseria (specie quella materiale) si è messo concretamente, ogni giorno. Pier Giorgio Frassati, l’uomo delle Beatitudini per Giovanni Paolo II, è stato un testimone discreto. Suo padre, il senatore del Regno e direttore de La StampaAlfredo Frassati, rimase basito quando vide una massa di sconosciuti, per lo più poveri, partecipare contriti al funerale del figlio, il 4 luglio 1925, nella parrocchia torinese della Crocetta. Nessuno sapeva quello che Pier Giorgio faceva ogni giorno per i "suoi" poveri. Solo una serie di sospetti, in famiglia, quando lo vedevano tornare senza cappotto, donato a chi ne aveva bisogno.

Testimonianza, dunque. Che non significa presenzialismo, visibilità, riconoscimento. Il papa "esigente" chiede di incarnare, non di mostrare. Testimonianza vuol dire piuttosto appartenenza, sentirsi parte. E il riferimento immediato va ancora a Frassati: Azione cattolica, Fuci, Cai, Giovane montagna, dai suoi poveri andava con tutte queste tessere in tasca. Tessere che dimostrano la capacità di scegliere, di riconoscere le esperienze che l’avevano calamitato al Vangelo.

Ma il paragrafo del messaggio per la Gmg nel quale il papa parla di questo giovane torinese si intitola Il coraggio della felicità. Pier Giorgio rappresenta il volto della gioia nella chiesa in un’epoca di forti ideologie e di scontri (lui stesso ne ha avuti con i primi sostenitori del regime mussoliniano). Sdogana definitivamente il sorriso e conia una volta per tutte l’allegria come uno degli elementi determinanti della testimonianza. «Tu mi domandi se sono allegro – scriveva alla sorella – e come non potrei esserlo? Finché la Fede mi darà forza sempre allegro! Ogni cattolico non può non essere allegro: la tristezza deve essere bandita dagli animi cattolici».

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