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Le ali infrante

© Anneka/SHUTTERSTOCK

Dimensione Speranza - pubblicato il 13/02/14

L’immaginario odierno

Osservando attentamente il comportamento dei giovani si può notare quanto sia presente il bisogno di simboli. Ma le varie tappe tradizionali di iniziazione della vita, presenti in tutte le culture, sono state eliminate dalla nostra società. La società industriale è stata capace d’inventare l’adolescenza: un’età che inizia subito dopo l’infanzia, ma il cui termine resta incerto, prolungandosi in una tarda adolescenza che ormai lambisce la vecchiaia. Non c’è più nulla che possa rappresentare un prima e un dopo. La circoscrizione obbligatoria è stata abolita[5]. Per molti maschi italiani era rimasta l’ultima tappa esistenziale. Il limite del raggiungimento della maggiore età è stato da tempo “bruciato” dalla progressiva precocità delle esperienze. Come si vestono i giovani? Che programmi guardano alla televisione? Che musica ascoltano?… Ma dovremmo prima di tutto chiederci: qual è il loro mondo simbolico?
Il mondo simbolico oggi viene, spesso, surrogato nel fantasy. Un fantasy misterioso, abitato da vampiri (“buoni”, nel caso di film come Twilight), da personaggi con poteri straordinari (la serie televisiva dedicata ad Heroes), da maghetti (la saga di Harry Potter), da Streghe… Si assiste ad un ritorno del diavolo. Non come identificazione del male, ma come personaggio affascinante e, in qualche modo, circondato da un alone di mistero. Personaggio con fan che si identificano in lui. Personaggio televisivo o cinematografico spesso rappresentato in maniera accattivante. Basta fare una breve ricerca su internet per scoprire miriadi di devil e di demon, tutti avatar virtuali, soprannomi, alter ego.

Oppure assistiamo alla sempre più invadente necessità dell’angelo. Nell’immaginario odierno si presenta sotto molte facce, soprattutto come processo evolutivo del dopo la morte, come conclusione naturale della vita. Un immaginario, però, sempre più svuotato della sua valenza religiosa e simbolica, usato come “riempitivo” di un vuoto che si è creato: le rappresentazioni relative al post mortem. Quando muore un nonno, ai nipotini viene risparmiata la visione della morte e gli si racconta una nuova “favola”: che ora il nonno si è trasformato in angelo e non è più visibile. Questo processo di trasformazione, naturalmente, viene esteso ad ogni morte “precoce”, non risparmiando i bambini, le mamme, i papà, i compagni di scuola… Al tempo stesso nelle culle vivono non più neonati, ma soltanto angeli. Demoni, angeli, fate, maghetti e draghi: un crogiuolo molto new age – da scaffale dei supermercati del misterioso e dello pseudo-religioso –, dal quale sgorgheranno i simboli delle generazioni future?

Il diritto al simbolismo

L’epoca contemporanea è caratterizzata dall’estrema mobilità e dalla diffusa tendenza a lasciare i luoghi di origine per provare ad abitarne altri. Ci si muove per necessità (nella ricerca di un lavoro più redditizio o per sfuggire all’incombere della guerra, della violenza, della fame) o per divertimento. Questa mobilità, resa possibile dalla facilità degli spostamenti di massa, risulta essere senza precedenti nella storia dell’umanità. È una mobilità che mette a confronto non soltanto culture e appartenenze diverse, ma anche mondi simbolici diversi. Si pongono, così, problemi in parte nuovi. Il rispetto reciproco non comporta il nascondimento o la privatizzazione dei propri simboli, ma la conoscenza reciproca ed il riconoscimento dei simboli che non ci sono propri per cultura o per appartenenza. Rinunciare al proprio mondo simbolico sottintende in primo luogo la volontà a non riconoscere il mondo simbolico dell’altro nella sua diversità. D’altra parte non si deve dimenticare che i simboli imposti non sono mai diventati significativi per un gruppo, per un popolo o per una comunità, ma hanno sempre causato forme di rifiuto e di rigetto.

I dibattiti intorno all’uso del velo o all’esposizione dei crocifissi nelle aule pubbliche rischiano di essere fuorvianti. Quello che sta emergendo in questi ultimi anni è un problema più vasto e radicale: la necessità, il bisogno – anzi, il diritto – al mondo simbolico. Al pari degli altri diritti umani fondamentali: il diritto alla vita, il diritto alla libertà individuale, il diritto all'autodeterminazione, il diritto ad un giusto processo, il diritto ad un'esistenza dignitosa, il diritto alla libertà religiosa (compreso il diritto a cambiare la propria religione), il diritto alla privacy. Privare l’uomo del suo mondo simbolico vuol dire privarlo di qualcosa di fondamentale nella sua esistenza. La salvaguardia dell’uso dei propri simboli – anche di quelli religiosi – non si pone più come retaggio di fondamentalismo o di settarismo, ma si va configurando come una nuova sfida per la convivenza civile, per una ricomposizione “laica” e tollerante della società odierna. Se questa sfida non viene raccolta e ci si rinchiude soltanto in false diatribe identitarie il nostro immediato futuro sarà consegnato ad una società che conoscerà la libertà della produzione e del consumo, ma non più quella che scaturisce dalla convivialità, dalle relazioni, dal confronto e dai patti. Non a caso uno degli elementi maggiormente simbolici a livello universale – l’acqua – viene privatizzato e sta diventando usufruibile da parte di gran parte dell’umanità soltanto in quanto come bene di consumo.

La società dei consumi ci sta progressivamente spogliando e scarnificando. Si tratta di un processo che si realizza in maniera molto rapida. Non siamo più considerati come persone in relazione, ma come utenti e clienti. La poesia è ridotta a frasi per cioccolatini, i sentimenti più profondi nascono da un profumo o da un ragù già pronto. Anche l’avventura è già confezionata, a seconda delle possibilità della propria carta di credito. La società dei consumi non può essere simbolica poiché il simbolo richiama l’essenziale, mentre il consumo pretende il superfluo. Se non verrà affermato anche il diritto inalienabile  ai simboli ci ritroveremo ridotti ad abitare in un vacuo, freddo, solitario mondo di vetrine virtuali ricolme di beni da consumare. Ma allora non saremo soltanto abitanti di nonluoghi. Non ci aggireremo soltanto in centri commerciali o in autostrade – che, in realtà, non ci portano da nessuna parte -, anonimi, dispersi in una massa di persone che si incrociano, si scontrano, ma non si incontrano mai. Resteremo aggrappati alle nostre diversità, rinchiusi in noi stessi, paurosi di modificazioni e di contagio, di contaminazioni e di meticciati. Magari, aggrappati a dei miseri simboli che hanno perso tutta la loro valenza, ma a cui ancora attribuiamo una parvenza di possibile identità (perché facenti parte del proprio retaggio storico).

Non-mio-popolo (lo’-‘ammî) e Non-amata (lo’-ruhamah) sono i nomi simbolici che il profeta Osea impone a due dei suoi figli (Os 1,6-8). Il mondo simbolico permette all’uomo di volare in alto, nei vasti spazi della poesia e della mistica, della cultura e dei sentimenti, della fede e della speranza. L’utopia può essere concepita come non luogo, ma al tempo stesso può esprimere desideri e divenire meta verso cui protendersi. Ma ci vuole ben poco a spezzare le ali e ad interrompere questo volo. Al suolo ricadono i frammenti di un’immane tragedia. Ma molto di più viene infranto: il nostro bisogno di appartenere e di sentirci amati. Vale a dire, tutto ciò che di più umano i simboli ci possono donare.


[1] Oltretutto non esiste una sola raffigurazione della croce. Abbiamo, ad esempio, soltanto per citarne alcune: la latina, la greca, l’ortodossa, la commissa (il tau), il Cristogramma e le innumerevoli varianti che ritroviamo nell’araldica. Ed ancora la croce di Gerusalemme, di Lorena, di Malta… Ma la croce non è soltanto un simbolo cristiano e dobbiamo ricordare anche: l’ankh degli antichi egizi, la famigerata svastica dei nazisti, la croce solare dei culti nordici, la croce ariana presso gli indiani.
Se la croce, come simbolo, è patrimonio di varie tradizioni religiose e di molti popoli, bisogna riconoscere che il significato è diverso rispetto al cristianesimo. Infatti è simbolo cosmico, spaziale (i quattro punti cardinali); simboleggia anche il ciclo vitale (croce ariana), l'albero della vita, il succedersi dell’eterno ritorno (croce circolare), l’unione dei contrari (sopra-sotto, destra-sinistra), il tempo (il passato, in basso, il presente, l’incrocio con la linea orizzontale e il futuro, l'alto vale a dire l'ieri, l'oggi e il domani). Per i Maya la croce rappresentava il simbolo del Dio Ah-Can-Tzicnal, detto Il signore dei quattro angoli del mondo. La croce rimanda alla figura umana a braccia aperte (ripresa anche nel celebre uomo vitruviano di Leonardo da Vinci).
Ancora, sempre da un punto di vista simbolico, basta capovolgere la croce ed impugnarla dalla parte più corta che questa viene a rappresentare una spada. Non a caso le crociate sono l’esempio più emblematico di un uso non pacifico della croce, ma del conflitto, dello scontro e della guerra.
Per i romani era lo strumento usato per mettere a morte gli schiavi e quanti non erano cittadini romani (per i cittadini romani era riservata un’esecuzione più “nobile”, la decapitazione). Durante la rivolta degli schiavi capeggiata da Spartaco, i romani crocifissero lungo la via Appia circa settantamila ribelli.
[2] Il velo non può essere interpretato soltanto come strumento di repressione maschilista ed autoritaria. Ridurre la questione del velo ad una simile problema vuol dire non capire anche le altre diverse valenze simboliche che l’accompagnano. La società occidentale, ad esempio, ha ormai dimenticato che l’eros è velato mentre la nudità rischia quasi sempre di trasformarsi in pornografia.
[3] Marc Augé, Nonluoghi. Introduzione a un'antropologia della surmodernità, Elèuthera, Milano 2005.
[4] Si tratta del più grande centro commerciale degli Stati Uniti. Ogni anno richiama più di 40 milioni di visitatori e viene inserito dalle agenzie nei tour come una delle mete turistiche.
[5] In quanto a suo tempo obiettore di coscienza, non posso che rallegrarmi della scomparsa dell’obbligo del servizio militare. E sono fortemente contrario ad un suo ripristino. Tuttavia, non si può qui fare a meno di osservare l’eliminazione di tutte le “tappe” simboliche che scandivano la crescita di una persona. Sarebbe stato un vero atto di pedagogia educativa sostituire la circoscrizione obbligatoria militare con qualche forma di impegno e di cittadinanza attiva – in continuazione con la pratica del servizio civile – per i giovani di entrambi i sessi.

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religionisimboli cristianisimbolismo
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