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Le ali infrante

© Anneka/SHUTTERSTOCK

Dimensione Speranza - pubblicato il 13/02/14

L’impoverimento del nostro mondo simbolico

L’epoca moderna ha preferito incrementare un linguaggio rappresentativo rispetto a quello simbolico. Il barocco tende a consolidare il fulgore della rappresentazione: la machina diventa scenografica, il simbolo lascia il posto al fasto ed al traboccante. Questo bisogno di rappresentazione – tutto estetico, del quale possiamo vederne il compimento nella costruzione della reggia di Versailles – ha la necessità di usare materiali che siano fortemente manipolabili e relativamente economici. Dietro le patine dorate abbondano gli stucchi ed i gessi. Ma lo stucco diventa “stucchevole”. Inizia a crearsi una frattura tra il simbolico (che viene ormai relegato al passato e ad un passato negativo) ed il moderno che deve essere rappresentato ormai nella sua “oggettività”. La Querelle des Anciens et des Modernes esplicita, in realtà, la situazione venutasi a creare nell’epoca moderna: il mondo non ha più una valenza simbolica, ma è soltanto oggetto di studio, di conoscenza. Un mondo governato da leggi che l’uomo man mano viene scoprendo e che non ha più bisogno di essere descritto attraverso gli oscuri paraocchi dell’ignoranza.

Tuttavia, nonostante queste premesse della scienza moderna, l’uomo continua a vivere senza poter fare a meno di simboli. Alcuni li ha conservati, oppure ne ha prodotti di nuovi. La bandiera e l’inno nazionali rappresentano simboli (pur all’interno della profonda crisi che stanno attraversando le nazioni moderne) che per le generazioni passate non volevano dire nulla di tutto ciò che sono venuti ad assumere lungo il processo politico degli ultimi due secoli.

Oggi, in nome del pluralismo, della tolleranza e del rispetto reciproci si fanno sempre più frequenti le voci di quanti vorrebbero espellere da ogni esperienza pubblica tutta una serie di simboli – ed in primo luogo, quelli religiosi. Il problema non è quello della possibilità di usare il velo per le donne musulmane o di conservare i crocifissi nei locali pubblici per i cristiani, ma se sia ancora possibile vivere all’interno di un mondo simbolico.

Certo, i simboli non sono scomparsi. In larga parte sono stati accalappiati dalla società dei consumi. Il mondo della pubblicità conosce un modo sistematico, continuo e raffinatissimo nell’usare il piano simbolico in ogni forma della sua comunicazione. Al pari di qualunque altro prodotto, in nome della libertà (economica di ricavare profitto) i simboli vengono estrapolati, usati e manipolati. Oppure, ne vengono creati di nuovi. In un vortice continuo, potremmo dire quasi tellurico. Perché è proprio di questa nostra società l’usare ed il gettare. Lo scialo è di fronte ai nostri occhi. Nessun simbolo sembra oggi adatto per comunicare qualcosa che si prolunghi oltre alla durata d’una campagna pubblicitaria.

La società dei consumi va di pari passo con la società dell’immagine. L’estetismo non è amante dei simboli. Al massimo li usa quando gli servono per creare nuove immagini, nuove forme rappresentative. Li usa come forme, come rappresentazioni, ma non come simboli. Non a caso una delle raffigurazioni pittoriche più ricorrente all’inizio dell’epoca moderna è quella di Narciso. L’antico personaggio del mito greco non è raffigurato come simbolo, ma ormai è diventato la rappresentazione più paradigmatica della nuova società che sta nascendo. Una società che vede se stessa con occhi nuovi, ma che è ormai incapace a vedere altro – innamorata com’è di se stessa, della propria bellezza. Tuttavia, la considerazione di questa bellezza resta tutta autoreferenziale.
La società della complessità, in realtà, sta agendo attraverso la semplificazione dei simboli. Il processo in corso è quello della reductio ad unum di tutti i mondi simbolici (compresi quelli religiosi ove l’islam viene ormai rappresentato dal solo velo ed il cristianesimo dal solo crocifisso[1]). Come se bastasse un unico simbolo per indicare e rappresentare tutta la realtà! Ma sul mercato globale il successo di un prodotto è dato dall’unicità del simbolo: il medesimo per indicare in tutto il mondo una catena di fast food, una bibita frizzante o il marchio di un paio di jeans.

Non solo. I simboli, oggi, hanno perso gran parte della loro forza e della loro immediatezza simbolica. Il pane, ad esempio, non è più il simbolo per eccellenza del cibo, del nutrimento e della vita. Perché di pane oggi ne consumiamo pochissimo e spesso lo sostituiamo con mille altri prodotti (grissini, cracker, biscotti, ecc.). Inoltre, da un punto di vista alimentare possiamo benissimo vivere senza per questo dover mangiare pane. I simboli vengono sostituiti dalle “marche”. Il logo di un prodotto commerciale ha ormai un impatto maggiore rispetto ad un simbolo religioso.

Il linguaggio s’impoverisce. Nel parlare quotidiano si usano poche centinaia di termini. Si ripetono frasi fatte, luoghi comuni, tormentoni televisivi. In italiano l’uso del congiuntivo sta scomparendo. E con esso va scomparendo la capacità di cogliere la dimensione “soggettiva” della realtà. L’evoluzione dell’epoca moderna, nella sua scientificità positivista, ha finito con l’associare al simbolo l’idea dell’arretratezza e dell’oscurantismo. Il velo diventa così la negazione dell’emancipazione femminile[2]. La croce il segno dell’incompatibilità con la libertà dei non credenti. Si guarda ad alcuni simboli del “lontano” oriente con una sorta di curiosità e di simpatia folcloristica, senza riuscire ad afferrarne la portata nella sua complessità. Le chiese (intese come costruzioni architettoniche) hanno ancora un ruolo all’interno della società moderna soltanto se trasformate in musei (testimonianze d’un passato artistico che si esprimeva con un “oscuro” linguaggio religioso) e le icone vengono commercializzate al pari dei batik o dei mobili in tek. Raffigurazioni che per secoli sono state oggetto di devozione religiosa ora sono relegate nelle pinacoteche, per una fruizione puramente estetica da parte dei turisti.

Se i pellegrini si muovevano in un orizzonte simbolico e religioso, il turista oramai si muove velocemente all’interno di contesti che per lui non assumono più alcun significato simbolico. Si va a vedere il Muro del Pianto al pari della Muraglia Cinese o delle barriere coralline di Sharm el Sheik. Tutto quanto fa spettacolo. L’importante è consumare. Alla fine diventa indifferente se il tour operator ci accompagna a visitare una chiesa, un centro commerciale o i ruderi di una cavea. Tutti i luoghi assumono il medesimo significato: quello di una piatta e indifferenziata insignificanza. Marc Augé parla di nonluoghi[3]. Lo spazio abitato dagli uomini si sta trasformando: i luoghi antropologici vengono sostituiti da molti altri nonluoghi che hanno la caratteristica di essere non identitari, non relazionali, non storici. All’interno di questi ambienti l’uomo esiste in quanto consumatore, viene riconosciuto soltanto come fruitore di servizi. Il suo mondo simbolico viene ridotto alla cartellonistica pubblicitaria, ai messaggi preregistrati, ai cartelli affissi che segnalano divieti. «Si va al Mall of America[4] con la stessa religiosa devozione con cui i Cattolici vanno in Vaticano, i Musulmani alla Mecca, i giocatori di azzardo a Las Vegas, i bambini a Disneyland» (Michael Crosbie, nella rivista Progressive Architecture).
Anche il cristianesimo occidentale si è progressivamente impoverito a livello simbolico. Il Concilio Vaticano II può essere interpretato come il tentativo di recuperare il simbolismo cristiano più autentico, sfrondato dagli orpelli secolari che si erano accumulati. E la riforma liturgica – nonostante tutti i mali che alcuni s’arrogano oggi di gettarle addosso – forse non è stata compresa (ed accolta) proprio nella sua dimensione più profonda ed autentica: quella del simbolo. È per questo che oggi assistiamo al diffondersi di una grave tentazione: il ritorno a sostituire il rinnovato simbolismo dell’universo cristiano con la machina rappresentativa delle cerimonie e delle funzioni – una riduzione operata tutta a livello di religione civile e che ha come controparte la fossilizzazione nel rito.

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religionisimboli cristianisimbolismo
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