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Piccoli imprenditori suicidi: il silenzioso dramma del nostro tempo

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Ogni giorno nuovi casi ci raccontano che questa tragedia tutta italiana, nonostante giornali e TV se ne occupino a singhiozzo, non si è fermata.

Come onde di un mare in tempesta, in questo periodo le notizie di una crisi che continua si scontrano nei media con notizie spinte dalla corrente opposta, che vuole l’Italia ormai avviata sul cammino della rinascita economica. È tempo di ripresa, si sente dire in giro, ma i numeri della crisi non sembrano accorgersene. Soprattutto quelli più drammatici. Sui giornali e nelle TV questo genere di notizia appare, se appare, sempre più nascosta, ma ancora oggi i dati ci dicono di molti imprenditori, artigiani e disoccupati spinti a togliersi la vita all’arrivo di una cartella esattoriale. Solo ieri, ben sei. Ce lo racconta in quest’intervista resa ad Aleteia Simona Pedrazzini, imprenditrice (della SER.GE.MA, che si occupa di progettazione, realizzazione e manutenzione di impianti in dustriali) in difficoltà e autrice del gruppo di Facebook ‘Piccoli imprenditori e i suicidi di Stato’. Di seguito leggerete una seconda intervista ad Aleteia di Salvatore Federico, Segretario della FILCA-Cisl del Venero e fondatore dell’Associazione Speranzaallavoro insieme a diverse figlie di imprenditori che si sono tolti la vita.

Com’è nata l’idea del tuo gruppo di Facebook?

Pedrazzini: Nel 2011 sentivo notizie di imprenditori che si suicidavano, trattate un po’ a spot sui media. Siccome stavo vivendo – come ora purtroppo – un momento di forte crisi mi sono chiesta se quelli potessero essere considerati fatti veramente privati o ci fosse qualcosa di più. Infatti vivevo le stesse angosce loro, e quel pensiero era venuto anche a me. E mi sono convinta che questi gesti non fossero dovuti solo a depressione o a crisi d’identità, ma che ci fosse qualcosa di molto più forte fuori di noi, che era questo tzunami che c’è poi venuto addosso con la crisi economica. Considera che fino al settembre 2011 ci dicevano che la crisi non c’era in Italia, e mentre tutti se ne andavano al mare, al ristorante o in montagna, io non potevo neanche andarmi a mangiare una pizza. Ho creato questa pagina su Facebook, perché era il social network più immediato: è stata una richiesta d’aiuto, che ho tentato di condividere. Purtroppo, direi, questa pagina, e l’omonimo gruppo che ho creato insieme alla pagina, hanno avuto paradossalmente un grande successo: oggi siamo quasi 5.000.

Che effetto ti ha fatto trovare tante persone nella tua stessa condizione?

Pedrazzini: Mi ha aiutato moltissimo, perché ho capito di non essere sola, abbiamo scoperto di avere tutti lo stesso problema, e che la causa era fuori di noi. Questa consapevolezza ha dato me e a tutti gli iscritti al blog la forza per andare avanti, perché la cosa più brutta che possa accadere ad un essere umano è sentirsi solo. La solitudine ti porta a compiere gesti estremi. Il suicidio è dettato dalla vergogna di trovarsi in una certa situazione, ma quando tu comprendi che la causa è al di fuori di te, allora ti viene comunque la forza di andare avanti. Ancora oggi leggiamo di suicidi ogni giorno – solo ieri ce ne sono stati sei – sempre determinati dall’indifferenza del sistema e anche dalla strafottenza. Vedi sempre più infatti che nei media e nei giornali non ne parla nessuno. Noi non siamo più esseri umani, noi siamo un numero di cartella esattoriale.

Che responsabilità ha Equitalia in tutto questo?

Pedrazzini: Equitalia purtroppo è una delle cause principali di questi suicidi. Io capisco i funzionari di Equitalia che devono svolgere il loro lavoro, ma credo anche che di fronte a degli ordini impartiti sbagliati, una persona che si trova di fronte un essere umano deve avere anche il coraggio di non ubbidire, anche se sono procedure stabilite. Io ieri ho vissuto proprio un’esperienza in questo senso: dovevo portare un assegno circolare entro le ore 13, c’era il dubbio che questo assegno non riuscissi a portarlo in tempo, e la funzionaria di Equitalia con cui ho parlato, oltre ad avermi trattato in modo poco gentile, mi ha detto che loro hanno le loro procedure e che se non fossi stata lì entro le 13 avrebbero proceduto ad eseguirle. Questo non può essere: l’ho portato, poi, questo assegno, però ho vissuto una giornata da incubo. Io credo sia in atto una moderna Shoa, e che non ne parli nessuno è la cosa che fa più male. Non siamo macchine da soldi, ma siamo persone.

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