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La carità fino al dono della vita

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Il libro “La strage di Farneta” riporta luce sulla storia sconosciuta di 12 certosini fucilati dai tedeschi nel 1944

Nella tarda estate del 1944 la Quinta Armata americana sta risalendo la Penisola mentre l'esercito tedesco si ritira. Nella notte tra il 1° e il 2 settembre, le SS tedesche fanno irruzione nella Certosa di Farneta, a otto chilometri da Lucca, che sta dando ospitalità a numerosi sfollati, ebrei, antifascisti. Cento di questi sono nascosti tra i monaci stessi, vestiti con il loro abito, e altri 200 sono ospitati in vari casali della comunità sparsi nella campagna. I tedeschi portano via tutti coloro che trovano nella Certosa e li tengono prigionieri per otto giorni a Nocchi di Camaiore e poi a Massa: sei monaci sacerdoti e sei fratelli laici vengono successivamente fucilati, in giorni diversi, così come altri 32 catturati nel monastero. In quei giorni tra la cattura e la morte, i dodici attestano in gesti e parole il significato della scelta per cui stanno per dare la vita così come verrà testimoniato dai ventidue confratelli che sopravviveranno e da contadini, dipendenti e rifugiati nella Certosa che “narreranno gli sguardi, le battute di spirito, il loro modo di dividere il cibo e la paglia, di invocare Dio, di alzare gli occhi con uguale sentimento su ognuno che a loro si avvicinasse”. Una storia straordinaria rimasta sconosciuta ai più per molto tempo – per il riserbo di chi custodisce la memoria dei suoi protagonisti e per un fenomeno di “uso ideologico della storia” -, rivive oggi nelle pagine che gli ha dedicato il giornalista Luigi Accattoli, a lungo vaticanista del Corriere della Sera e autore del libro “La strage di Farneta”.

Perché racconti oggi questa vicenda?

Accattoli: Mi sono imbattuto in questa storia mentre, nel 2000, scrivevo il libro sui nuovi martiri del XX secolo: 12 dei 390 che ho elencato in Italia sono i monaci della strage di Farneta. Mi era venuta l'idea di approfondire ma non avevo elementi inediti. Oggi ci sono due condizioni che lo rendono possibile. Il primo elemento riguarda un certo superamento del riserbo dei certosini, un ordine che vive una spiritualità di completa spoliazione di sé ad imitazione di Gesù sulla Croce, tanto che le perfino le tombe dei monaci non sono contrassegnate con il loro nome. Il ministro generale dell'Ordine mi ha autorizzato a pubblicare la “Relazione sui martiri di Farneta” che l'Ordine stesso inviò nel 1999 alla Commissione vaticana per la “Commemorazione del testimoni della fede del secolo XX”. Il secondo elemento riguarda, invece, il conflitto interpretativo: solo negli ultimi anni gli storici hanno trovato “pace” e le loro conclusioni coincidono con quelle degli eredi diretti dei protagonisti così come narrate nella Relazione. Per molto tempo, infatti, questa vicenda è stata collocata nell'orizzonte della Resistenza al nazifascismo mentre lo stesso protagonista principale della vicenda, Gabriele Maria Costa, procuratore della Certosa dal 1942, disse in quei giorni di prigionia: “Se veniamo uccisi voi dite che è stato a causa della carità”. E' stata la carità, l'amore per il prossimo, a determinare l'operato dei certosini di Farneta, non le convinzioni ideologiche.

Che cosa dice alla Chiesa la memoria di questi martiri?

Accattoli: In questo caso il riconoscimento del martirio avrebbe la funzione di rendere nota una vicenda che già fuori dai confini di Lucca nessuno conosce nonostante sia straordinaria. Credo sia importante sapere che nel cataclisma della guerra c'erano persone assolutamente estranee a ogni motivazione ideologica che rischiavano la vita, e poi l'hanno data, per salvare i perseguitati e che tra questi c'erano dei monaci, la cui santità non si consuma solo nella fedeltà al carisma ma nella capacità di cogliere ciò che il momento richiede loro. Con occhio limpido i monaci hanno ospitato ogni tipo di fuggiasco, non solo i partigiani feriti, come sosteneva l'accusa contro di loro. Questa testimonianza è più importante, secondo me, della causa di beatificazione di tanti uomini di Chiesa che sono stati santi nella loro condizione di vita religiosa ma che può interessare poco la vita ordinaria. A Farneta abbiamo invece un intreccio tra la vita ordinaria di una comunità contadina, molto tradizionale, e la vita monastica e una celebrazione del Vangelo nella sua radicalità. I monaci sapevano di rischiare ma hanno sfamato e nascosto chi era minacciato, hanno avuto pietà quando la pietà era bandita. Tutto ciò suggerisce al cristiano comune l'idea che il Vangelo può chiedere impegni radicali anche alle persone che vivono più riparate, chiuse in un monastero e può avere un significato per l'oggi perché se persone così hanno saputo capire la malvagità del nazismo e la necessità di proteggere i perseguitati, forse anche noi possiamo capire qualcosa.

Attraverso la pubblicazione del libro rivolgi anche un messaggio alla Chiesa e ai vescovi toscani: è così?

Accattoli: Il prossimo settembre ricorrerà il 70° anniversario della strage: ritengo sia un'occasione propizia per promuovere la memoria di questi fatti. I certosini per consuetudine millenaria e per quella spiritualità di spoliazione che li contraddistingue non promuovono cause di beatificazione, ma niente vieta che il riconoscimento del martirio dei 12 venga promosso, per esempio, dai vescovi toscani. E' significativo che fino ad oggi siano state solo delle iniziative laiche e civili a tenere viva la memoria di una vicenda che è di Chiesa.

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