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Il fenomeno del desiderio

Alejandro Lagrange
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Cosa può offrire alla Chiesa chi lotta per uscire dall'alcolismo

di Colin O'Brien

Qual è il significato del desiderio insaziabile? Come fa l'ubriachezza a sembrare un'esperienza divina? Come può il cattolicesimo capire le gioie e i dolori della vita di chi beve? Una persona che lotta per uscire dall'alcolismo può offrire qualcosa – e se sì cosa – alla Chiesa?

Le prime tre domande sono affrontate nel film del 2012 “Bill W.”, sulla vita del cofondatore degli Alcolisti Anonimi, Bill Wilson. Il film parla dell'amicizia di Bill con padre Ed Dowling – un sacerdote non alcolista e uno dei primi sostenitori dell'associazione degli AA –, che è stato direttore spirituale di Bill. Racconta una conversazione avvenuta una volta tra Bill e padre Dowling in cui Bill ha chiesto al sacerdote se la sua sete sarebbe mai stata saziata. Il sacerdote ha risposto di no, che la sete di Bill non sarebbe mai stata saziata, perché siamo fatti per avere sete; ciò che conta è dove rivolgiamo la nostra sete.

Questa comprensione di una sete profonda, un vuoto a volte descritto come un “buco delle dimensioni di Dio”, è per molti il punto di inizio per il recupero. Nei 12 passi degli AA, viene descritto come un'ammissione di impotenza e un riconoscimento dell'ingestibilità della propria vita. Pur essendo un buon inizio, per guarire serve di più; bisogna “arrivare a credere”, incontrare Dio e iniziare a mettere da parte la propria volontà per favorire quella divina.

Con la nostra fede cattolica, vediamo che Dio ci ha creati per la felicità – per l'unione con Lui – e che Egli ha instillato in noi sia la capacità che il desiderio di Lui, così che possiamo cercare di fare la Sua volontà e arrivare sempre più vicini a Lui. Questo desiderio e questa capacità sembrano avere due dimensioni o aspetti, che io definisco “unitivi” da un alto e “infusivi” dall'altro. L'aspetto “unitivo” è quello in cui desideriamo e cerchiamo l'unità con Dio, con altre persone e con la creazione; potrebbe essere identificato come contemplativo, pacifico, quieto o tranquillo. L'aspetto “infusivo”, come lo chiamo io, è un desiderio di essere riempiti e trasformati dallo Spirito Santo; questo aspetto potrebbe essere definito carismatico, attivo o apostolico. Chiamo questa duplice capacità e desiderio di unità e infusione “impulso mistico”.

Anche se questo “impulso mistico” può essere trovato in ciascuno di noi, gli effetti del peccato e della concupiscenza dirigono spesso i nostri desideri lontano da Dio nella nostra vita. L'alcolismo – l'uso abituale, cronico e compulsivo dell'alcool – è uno dei modi in cui vediamo il peccato esprimersi nel mondo. Se l'alcolismo è stato descritto in molti modi, una delle descrizioni più illuminanti si ritrova all'inizio degli “Alcolisti Anonimi”: il cosiddetto “Grande Libro”, da cui è derivato il nome dell'associazione AA.

Nella sezione intitolata “L'opinione del medico”, scritta dal dottor William Silkworth, esperto in dipendenze, alla fine degli anni Trenta, si vede l'alcolismo descritto come l'operazione di un tipo di allergia all'alcool nel corpo dell'alcolista. Il dottor Silkworth nota che l'alcolista sperimenta un “fenomeno di desiderio” che viene innescato quando beve. Oltre a questo desiderio fisico, sperimenta un'ossessione mentale nei confronti del bere che sfida la ragione o la volontà. Cerca un senso di “agio e benessere” che diventa sempre più sfuggevole nel corso del tempo, anche di fronte a una progressione sfrenata e fatale. Se è fortunato, l'alcolista arriverà a scoprire alcune cose: a) che una volta che beve il primo drink non è capace di fermarsi e b) che non ha alcuna difesa mentale efficace contro il primo drink. Allora perché lo fa? Per quanto mi riguarda, il modo migliore di spiegarlo è raccontare la mia esperienza di alcolismo e di recupero.

Uno dei primi ricordi della mia infanzia è quello di mio padre che mi mostra la moneta che aveva ricevuto dopo aver raggiunto i 90 giorni di sobrietà in una struttura per la cura dell'alcolismo a Minneapolis. All'epoca avevo forse 5 anni. Sono sempre stato consapevole e ossessionato dall'alcool. Da un lato ne avevo paura sapendo che mio padre aveva problemi col bere e non volevo finire in un ospedale, dall'altro volevo sperimentare la liberazione da un'autoconsapevolezza e una paura dolorose che erano montate durante tutta la mia infanzia. Ricordo che guardavo rapito le pubblicità che illustravano i Budweiser Clydesdales [un gruppo di cavalli Clydesdale usati per alcune pubblicità, ndt.] che spingevano il loro carretto stracolmo lungo bucolici paesaggi innevati, sperando che il loro arrivo spezzasse la triste nebbia delle liti familiari che ogni anno si instauravano inevitabilmente a casa mia da metà novembre a metà gennaio.

Quando sono entrato nell'adolescenza, sono diventato consapevole di una timidezza e di una goffaggine nei confronti degli altri che mi impedivano di stringere rapporti con i miei coetanei, nonché di un'ossessione mentale per l'alcool e il bere. La consapevolezza dell'alcolismo di mio padre, insieme a quello di suo padre e di altri parenti, dava all'alcool un potere tremendo sulla mia immaginazione. Non sorprende che abbia sperimentato un brivido quando, a 14 anni, ho bevuto il mio primo drink; ho sperimentato una liberazione, un esempio di quello che lo psicologo americano William James ha descritto come il “potere di stimolare le facoltà mistiche della natura umana in genere schiacciate a terra dai freddi fatti e dall'arido criticismo dei momenti di sobrietà. Porta il suo devoto dalla fredda periferia delle cose al fulcro radioso. Lo rende, in quel momento, una cosa sola con la verità” (William James, The Varieties of Religious Experience. New York. Modern Library, 2002, p. 421).

Arrivato al college ho iniziato subito a bere; con una birra in mano, la mia autoconsapevolezza e dissociazione dagli altri, soprattutto le ragazze, svaniva per rivelare un ragazzo gioviale, affettuoso e disinibito che poteva scherzare facilmente e in modo chiassoso e parlare apparentemente con chiunque. Sette anni dopo, quando vivevo a New York – dove ero libero da obblighi familiari e dall'orario d'ufficio del Midwest –, ho trovato una città fatta per il bere: i bar erano aperti fino alle quattro del mattino (senza contare i club “after-hour” illegali), le metropolitane e i taxi andavano ovunque a qualsiasi ora, la città pullulava di persone sole e avventurose, i cittadini erano notoriamente tolleranti nei confronti dei comportamenti bizzarri e inappropriati.

La mia miseria è aumentata; ciò che consumavo per permettermi di fuggire dalla solitudine – di superare l'ansia e l'autoconsapevolezza – mi provocava anche postumi, nausea, vomito, cattive decisioni e blackout, come svegliarsi senza sapere dove fossi o cosa avessi fatto la notte precedente. La cosa che aveva portato via la paura, il trauma e i ricordi di abusi sessuali infantili senza contatti mi aveva trasformato in un voluttuoso cercatore di piacere, incapace di amare davvero le donne sole e afflitte con cui finivo. Pieno di falsi spiriti e falsamente unito ad amici e amanti, inseguivo sensazioni senza gioia.

Sulla scia degli attacchi dell'11 settembre, tutta la città sembrava essere sprofondata nel buio e nella disperazione che provavo da circa un anno. I mesi autunnali e invernali erano tutti una macchia di fumo, polvere, lacrime, cuore spezzato, malattia e pub pieni di pompieri e poliziotti chiassosi nelle loro uniformi che si ritrovavano dopo il funerale dei loro colleghi. All'improvviso, il mio 28° compleanno, l'agosto successivo, ho sentito una voce dire con una chiarezza e un'autorità poco familiari che stavo per bere il mio ultimo drink; il falso e l'irreale hanno iniziato a lasciare spazio al Reale e al Vero. Mi sono ritrovato improvvisamente pieno di un desiderio prima sconosciuto di smettere di bere e di credere al messaggio che avevo ascoltato.

Era proprio il tipo di esperienza spirituale che per i fondatori degli Alcolisti Anonimi è al cuore del recupero dall'alcolismo. Bill Wilson ha visto nella propria vita, e in quella degli alcolisti che ha cercato di aiutare, che l'alcolismo era una malattia mentale, fisica e spirituale; la guarigione dall'alcolismo dipendeva non da cure mediche o psicologiche, né da argomentazioni moralistiche, ma da un incontro con Dio. Perché? Perché un programma di recupero spirituale funziona e il carcere, i movimenti di temperanza, le lobotomie, le terapie di a base di shock, i regimi di esercizi e innumerevoli altri approcci no?

Suggerirei, come ha detto padre Dowling a Bill Wilson anni fa, che abbiamo una sete profonda che può essere saziata solo da Dio. L'alcolista beve per sperimentare qualcosa del divino, come ha affermato William James. Questo tema della sete di Dio ricorre nelle Sacre Scritture, come nel Salmo 42 (che inizia dicendo “Come la cerva desidera i corsi d'acqua, così l'anima mia anela a te, o Dio. L'anima mia è assetata di Dio, del Dio vivente”) e nel Salmo 63 (dove il salmista afferma: “O Dio, tu sei il mio Dio, all'aurora ti cerco, di te ha sete l'anima mia, a te anela la mia carne, come terra deserta, arida, senz'acqua”). Qoelet, nel libro dell'Ecclesiaste, dice che “tutto è vanità, è un correre dietro al vento” e “non c'è nulla di nuovo sotto il sole”. Ma Dio non ci ha creati per essere insoddisfatti; vediamo nella pienezza della rivelazione che Gesù ci promette l'acqua viva: “chi beve dell'acqua che io gli darò, non avrà mai più sete, anzi, l'acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna” (Giovanni 4:14).

Quando arriva a bere quest'acqua viva, l'alcolista sobrio può mostrare al mondo e alla Chiesa in modo particolarmente drammatico il potere trasformante dell'amore di Dio. Se una volta cercava in modo infelice e compulsivo un falso ed effimero senso di benessere e libertà negli alcolici, può sperimentare la vera pace, unità e gioia in Cristo. Incontrare Cristo e diventare pieni di Spirito Santo è, dopo tutto, un'esperienza che “intossica”. Gli apostoli sembravano ubriachi quando lo Spirito è sceso su di loro a Pentecoste; il Regno dei Cieli non sarà, come molti temono, un luogo pieno di persone severe e moraliste, ma un eterno banchetto di nozze, dove i santi vedono il proprio Creatore e dove il vino non si esaurirà mai.

I maestri spirituali di tutti i secoli hanno descritto il rapporto con Dio come una sorta di intossicazione; la preghiera dell'Anima Christi implora “Sangue di Cristo, inebriami”; il beato Giordano di Sassonia, successore di San Domenico alla guida dell'Ordine dei Predicatori, paragonava il Signore a un amico che vuole sedersi e bere qualcosa con noi sperando che ci ubriachiamo del “vino nuovo” del Vangelo. Piena di quel vino nuovo, la persona inizia a traboccare, a condividere quel vino nuovo con altri nella speranza che possa intossicare anche loro.

Padre Hermann Cohen – un ebreo del XIX secolo diventato sacerdote carmelitano dopo anni di alcolismo, gioco d'azzardo, promiscuità e legami con persone ricche e famose – predicava proprio questo quando diceva “Trabocco gioia. Sì, sono così felice che la offro a te… La fede ci porta alla felicità in Dio e in Gesù Cristo suo Figlio… Per trovare Gesù Cristo, bisogna guardare e pregare… Pregate, chiedete, e riceverete questo vino intossicante dell'immortalità che fluisce dalla pigiatrice della preghiera” (Schoeman, Roy, Honey from the Rock: Sixteen Jews Find the Sweetness of Christ. San Francisco. Ignatius Press, 2007, p. 52).

Arrivando a conoscere Cristo e “ubriacandosi” di questo vino nuovo del Vangelo, l'alcolista non solo arriva a sperimentare l'unità e l'“infusione” che ha sempre cercato, ma ha anche la possibilità di testimoniare in modo esplicito le verità della fede che altrimenti potrebbero sembrare troppo astratte per essere credute. Un esempio che mi viene in mente è quello della resurrezione e glorificazione del corpo; diventando sobrio, sono stato capace di testimoniare in modo profondo il potere guaritore dell'amore di Dio. Posso prevedere, con amore e speranza, un momento in cui quel disturbo di mente, corpo e spirito sarà guarito e io sarò nuovo.

Al di là di questo, ad ogni modo, l'alcolista scopre che alla luce della sobrietà e lavato nell'amore di Cristo tutta la sua vita può servire per dare speranza e incoraggiamento ad altri. Hermann Cohen ha predicato su questo quando ha battezzato uno dei suoi amici ebrei, dicendo: “Credete, fratelli miei, che Dio ci ha convertito per il nostro bene? No – mille volte no. È per gli altri tanto quanto per noi stessi, perché possano evitare gli scogli contro i quali siamo naufragati. sì. Ci ha inchiodati come cartelli alle porte dell'Inferno per dire 'Non andate da questa parte'” (Schoeman, p. 53.)

Questo approccio è assunto nel Grande Libro con buon esito. L'alcolista arriva a vedere, paradossalmente, che il suo recupero dipende dal ricordare il passato e dal voler “trasformare il passato in una buona prova”. Facendo questo, può aiutare a dare incoraggiamento e speranza a tutti coloro che soffrono, alcolisti o no. Uno dei passi più pieni di speranza del Grande Libro descrive il culmine della trasformazione personale che deriva da una relazione a lungo cercata con Dio: “Mostrare ad altri che soffrono come ci è stato dato aiuto è la cosa che fa sembrare la vita tanto utile per noi ora. Aggrappatevi al pensiero che, nelle mani di Dio, il passato oscuro è la cosa più grande che avete – la chiave per la vita e la felicità degli altri. Con questo, potete evitare loro la morte e la miseria” (Alcolisti Anonimi. New York, 2002, p. 124).

Modellando così la sua vita per il bene degli altri, l'alcolista ottiene la grazia di entrare in un'unità più profonda con Gesù e con la Chiesa parlando a partire da un'abbondanza dello Spirito. In questo, e nella vita sacramentale della Chiesa, vede che l'impulso mistico inizia ad essere realizzato, pieno di speranza per un futuro al banchetto nuziale dell'Agnello.

Colin O’Brien lavora attualmente per il Dipartimento per le Comunicazioni della Conferenza dei Vescovi Cattolici degli Stati Uniti. In precedenza ha lavorato nel settore giuridico a New York. Nella primavera 2013 ha compiuto un'osservazione di sei settimane presso la comunità trappista dell'abbazia di New Melleray, vicino Dubuque (Iowa), ed è affiliato al monastero come laico attraverso il suo programma del Centro Monastico. Aggiorna periodicamente il suo blog, "Fallen Sparrow", e canta nel coro della sua parrocchia. È originario di Minneapolis e ha studiato Filosofia presso l'Università del Minnesota. Attualmente risiede nell'area di Washington, D.C..

[Traduzione dall'inglese a cura di Roberta Sciamplicotti]

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