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Perché la Chiesa si oppone alla pratica degli uteri in affitto?

© CREATISTA/SHUTTERSTOCK

Aleteia - pubblicato il 11/02/14

3. La pratica delle madri portatrici contraddice il principio di indisponibilità del corpo umano.

Si potrà argomentare che la madre portatrice è volontaria e perfettamente consapevole di ciò che fa. Alcuni potrebbero anche presentare la teoria del filosofo utilitarista John Stuart Mill (1806-1873) – “su se stesso, sul suo corpo, sul suo spirito, l’individuo è sovrano” -, basando l’autorità del contratto realizzato tra la madre portatrice e i genitori educatori sul consenso libero e chiaro delle due parti.

È innegabile che questa logica individualistica e liberale si estende sempre più a favore della globalizzazione della bioetica, come testimoniano i regimi di autorizzazione instaurati in alcuni Paesi, ma questo non potrebbe ergersi a modello perché i suoi risultati ideologici cozzano profondamente con il patrimonio morale di numerosi Stati. In Europa, il divieto dell’ACP è esplicitamente previsto in Spagna, Francia, Svizzera, Austria, Italia o Germania.

Di fatto, la pratica delle madri portatrici contraddice il principio di indisponibilità del corpo, componente, esso stesso, della dignità della persona umana.

La funzione civilizzatrice della legge è lì per ricordare che la persona non ha il potere di rinunciare alla propria dignità e non può esiliarsi dall’umanità stessa con il suo accordo. Il rispetto per la dignità umana non si adatta a concessioni in funzioni di apprezzamenti soggettivi; esige la protezione della persona e del suo corpo, anche da se stessa.

Visto che il corpo si identifica con la persona, deve beneficiare di questa indisponibilità. Questo principio ha una virtù essenziale: preserva dalla “mercantizzazione” del corpo umano. Ciò permette di evitare che i più poveri siano tentati di abdicare dalla propria dignità vendendo l’unica cosa che hanno, il proprio corpo. Di fatto, si sono mai viste donne ricche prestare il proprio utero a donne povere?

È innegabile che la maternità surrogata porta a una “cosificazione” della madre portatrice. La donna svolge qui la funzione di uno strumento di produzione, mettendo al servizio di terzi la parte più intima del proprio essere, ciò che la distingue come donna: la sua capacità gestazionale. Chi dà alla luce, quindi, agisce non come una vera madre, ma piuttosto come una macchina che fabbrica il figlio per poi consegnarlo alla coppia che lo ha richiesto.

4. La pratica delle madri portatrici tratta il figlio come una cosa della quale ci si può appropriare.

Nella sua prima enciclica, Benedetto XVI ha messo in guardia contro la “cosificazione” sfrenata dell’essere umano che si impone a causa del relativismo. L’uomo “ora considera il corpo e la sessualità come la parte soltanto materiale di sé da adoperare e sfruttare con calcolo. (…) Ci troviamo di fronte ad una degradazione del corpo umano, che non è più integrato nel tutto della libertà della nostra esistenza, non è più espressione viva della totalità del nostro essere, ma viene come respinto nel campo puramente biologico. (…) L’uomo stesso diventa merce”.

Se la maternità surrogata strumentalizza la donna trasformandola in uno strumento vivo, implica anche una “cosificazione” del figlio che offende la sua dignità. Di fatto, la madre portatrice si impegna a cedere il figlio che ha portato in sé operando un atto di disposizione relativo a una persona. A ciò segue una “cosificazione” del figlio, trattato non come un soggetto di diritto, ma come un oggetto di credito o come qualcosa di dovuto a causa di un contratto.

L’atto di rinunciare a un figlio e di cederlo in cambio di una retribuzione lo porta nel mondo delle cose, appropriabili e disponibili, al contrario della persona, radicalmente indisponibile. Le cose hanno un prezzo, e l’essere umano ha una dignità: questa è una delle leggi della nostra civiltà.

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Tags:
bioeticachiesa cattolicautero in affitto
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