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De Bortoli: la rinuncia di Benedetto XVI gesto profetico, ha aperto la via a Francesco

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Il punto di vista del direttore del Corriere della Sera sulla notizia che un anno fa fece il giro del mondo

Un anno fa, la notizia della rinuncia di Benedetto XVI ebbe un impatto mediatico straordinario in tutto il mondo. Molte analisi e commenti furono inevitabilmente condizionate dall’emozione e dalla oggettiva difficoltà del doversi confrontare con un avvenimento al quale, come fu scritto, “non si era preparati”. A dodici mesi di distanza, Radio Vaticana ha chiesto al direttore del Corriere della Sera, Ferruccio De Bortoli, di ritornare a riflettere su quel gesto epocale, anche alla luce del Pontificato di Papa Francesco
 
R. – Io in quel giorno, l’11 febbraio 2013, rimasi colpito. Avevo in mente la fatica e il dolore di Giovanni Paolo II e pensavo che in qualche modo quello dovesse essere il destino di ogni Pontefice. Forse sono stato condizionato da questo anche nello scrivere l’editoriale del giorno dopo, che aveva come titolo “Una fragile grandezza”. Ora, un anno dopo, devo dire che quell’aggettivo “fragile” forse non era del tutto appropriato, nel senso che, anche rileggendo quello che abbiamo scritto non soltanto noi, sulla fatica, sul dolore di adottare una simile decisione c’è un grandissimo gesto di amore nei confronti della Chiesa, di innovazione del suo corso storico e devo dire quasi un gesto di carattere rivoluzionario!
 
D. – Si può dire, in qualche modo, che il Pontificato davvero straordinario di Papa Francesco sia iniziato non il 13 marzo, ma l’11 febbraio dell’anno scorso?
 
R. – Credo di sì, perché è una svolta così radicale che forse è stata preparata anche dalla rinuncia di quello che era stato il suo “principale contendente” nel Conclave precedente. C’è, quindi, come una sorta di staffetta del cambiamento di un paradigma anche del governo della Chiesa. Noi abbiamo vissuto un anno incredibilmente ricco di novità, un anno all’insegna della tenerezza, un anno all’insegna dell’abbraccio universale. Credo che, giustamente, in quella rinuncia ci fosse anche una sorta di atto profetico: cambierà molto, cambierà tutto, arriverà un “Papa diverso”… perché le due persone nella loro grandezza sono diverse. La Chiesa, però, riesce sempre a stupirci per la sua giovinezza di pensiero.
 
D. – Ad un anno di distanza, con le emozioni chiaramente più raffreddate, secondo lei, sotto il profilo della comunicazione, quale lezione si può aver ricevuto da quel giorno, dall’11 febbraio del 2013?
 
R. – Credo che anche lì ci sia stata una prorompente novità nella comunicazione della Chiesa, che forse ha preparato anche le novità successive, perché non eravamo ovviamente abituati ad annunci di questo tipo, non eravamo abituati nemmeno a vivere un rapporto con il Santo Padre così diverso, così intenso e così personale, come quello che stiamo vivendo in questo anno. Sembra, infatti, che Papa Francesco parli con ciascuno di noi. E la comunicazione che si è instaurata dopo l’11 febbraio è come se ad un certo momento fosse una comunicazione personale: tutti facciamo parte del gregge del Signore e siamo un popolo grandissimo, però c’è un rapporto personale con il Santo Padre, che dà la sensazione, qualche volta dà la prova, di poter parlare con ciascuno di noi.
 
 
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