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Dare la vita per i fratelli, soprattutto i più fragili

© FILIPPO MONTEFORTE / AFP

CITE DU VATICAN, Vatican City : Pope Francis hugs a disabled man during a meeting with the UNITALSI, the Italian Union responsible for the transportation of sick people to Lourdes and the International Shrines in PaulVI hall, at the Vatican, on November 9, 2013. AFP PHOTO / FILIPPO MONTEFORTE

Chiara Santomiero - Aleteia - pubblicato il 11/02/14

Nello slogan della XXII Giornata mondiale del malato il segno di una attitudine di vita

Fede e carità. "…anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli" (1Gv 3,16): questo il tema scelto per la XXII Giornata mondiale del malato, celebrata l’11 febbraio, un tema che accompagnerà gli operatori di pastorale sanitaria nelle loro attività quotidiane e da declinare secondo la dimensione del dono. Lo spiega ad Aleteia, donCarmine Arice, direttore dell’Ufficio nazionale per la pastorale della salute della Conferenza episcopale italiana.

In che modo deve essere declinato il tema scelto per quest’anno?

Arice: La chiave di lettura del messaggio è non solo nel binomio “fede e carità” ma nel versetto “anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli. Se si è toccati da Dio attraverso un percorso di fede, la risposta è una vita di carità perché questa è l’essenza di Dio. Quest’anno abbiamo voluto quindi sottolineare la dimensione del dono. In una situazione segnata da una logica di mercato, dall’imperio della finanza e di interessi autoreferenziali, il dono deve essere riconosciuto come elemento costitutivo della persona matura, innanzitutto sotto il profilo antropologico della creatura che non vive solo per se stessa. Il dono è poi l’attitudine per avvicinarsi ai malati e a tutti i sofferenti, soprattutto i più fragili perché senza risposta, quelli delle “periferie esistenziali” di cui ci parla Papa Francesco e che saranno al centro del convegno sulla pastorale della salute che si svolgerà a fine giugno.

E quali sono?

Arice. Noi li abbiamo individuati soprattutto negli anziani. Oggi ci sono in Italia 12 milioni di anziani, dei quali 3,5 non autosufficienti. Meno di 300 mila sono assistiti in case di riposo, quindi la maggior parte sono a carico delle famiglie con tutti i problemi che questa condizione comporta. Un’altra emergenza è costituita dai malati psichiatrici e dalle persone affette da malattie neurovegetative, così come i giovani afflitti da ludopatie. Su tutte queste fragilità, queste “periferie”, noi vorremmo sensibilizzare la comunità ecclesiale.

La prossima settimana, il 17 febbraio, è in programma un seminario sul tema del “dolore innocente”: perché questa scelta?

Arice: I vescovi italiani, ci hanno chiesto, per questo decennio, di porre un’attenzione specifica al tema della formazione. In particolare per noi questo si traduce nella necessità di dare accoglienza alle domande poste dalle persone nei momenti di difficoltà e di sofferenza. Una delle domande più difficili – alla quale spesso si trovano a dover rispondere i cappellani negli ospedali e altri operatori pastorali che sono a contatto con reparti di oncologia pediatrica o di terapia intensiva neonatologica – riguarda appunto il dolore innocente, dei piccoli, che disarma genitori ed adulti. Per questo abbiamo scelto di dedicare il seminario a questo argomento ponendo al centro due esperienze già maturate nella Chiesa: quella di Chiara Lubich, la fondatrice del Movimento dei Focolari che ha letto nel grido di Gesù sulla Croce il mistero dell’amore e del dolore innocente e quella del beato don Carlo Gnocchi che si è preso cura dei piccoli mutilati di guerra e ha scritto un libretto proprio sulla “Pedagogia del dolore innocente”. Il nostro sforzo sarà l’attenzione al tempo attuale. Qualche decennio fa, in una società che aveva un maggiore riferimento ai valori religiosi e anche l’abbandono, seppure a volte di tipo doloristico, al buon Dio, era forse più facile parlare di questi temi. Oggi il pensiero contemporaneo, una sensibilità e una cultura diversa, richiedono un approccio diverso.

Di recente vi siete interessati dei cambiamenti in atto nel sistema sanitario nazionale: in quale prospettiva?

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