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Corrida de toros? Sì o no? …ma con passione!

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Alvaro Real - Aleteia - pubblicato il 11/02/14

Quando si parla contro la tauromachia, però, si parla del pericolo, del trattamento nei confronti degli animali o della crudeltà. C’è qualche modo di coniugare “la festa” con la cura degli animali?

(SCPJ): Sì, ovviamente, e di fatto si fa, ma è necessario chiarire qualche elemento di confusione. Il toro da corrida non è un animale domestico né selvatico, ma “bravo”, indomito. Già nel XVIII secolo, una serie di allevatori romantici investì tempo e denaro per “inserire” nel toro gli ideali del cavaliere spagnolo: coraggio e nobiltà. Grazie a una selezione genetica si è trasformato un comportamento difensivo come la fierezza in un altro offensivo, l’essere “bravo”, che si è evoluto nel corso dei secoli. Oggi si rispetta il loro allevamento in libertà senza alterarne l’ecosistema. Fino a quando non arriva il giorno…

Sì, arriva il giorno: la corrida de toros. Questo crocevia di due temporalità: la Festa, con il suo eterno ritorno, ogni maggio Sant’Isidro, ogni aprile…, e la Corrida nella plaza che ci mostra il suo carattere rituale in cui si rende presente la morte. Quel rito che avvicina al trascendente. Si dimentica o si ignora l’esistenza di una liturgia taurina. Non sfugge a nessuno la similitudine tra il vestito per toreare e le casule dei sacerdoti. Anche se ricordiamo il particolare arcobaleno taurino si moltiplicano le allusioni alla questione religiosa. Dal porpora al viola e oro, il carminio e oro che la Chiesa usa per officiare il giorno dei martiri, il rosa e oro con cui si celebrano la terza domenica d’Avvento, Dominica Gaudete, e la quarta domenica di Quaresima, Dominica Laetare, fino al bianco e oro, senza dimenticare il signore di tutti i colori, il nero e oro che si usa per la Messa dei defunti. Anche se Machado ha cantato che tutti i toreri portano lo stesso vestito: oro, seta, sangue e sole.

(MIT) Non. Non è possibile coniugare la “festa” con il trattamento degli animali e la crudeltà del festeggiamento. La Festa richiede questa crudeltà per svolgersi come si svolge.

Miguel, come professore del comportamento animale, com’è la sofferenza di un toro in una corrida de toros?

(MIT): La sofferenza è duplice: da un punto di vista fisico, per il dolore e le ferite con perdita di volume sanguigno ecc. che gli vengono inflitte, e da un punto di vista psicologico, per la paura che prova e il conflitto che vive non potendo realizzare una strategia di adattamento che tenda a risolvere la situazione che deve affrontare. Per entrambe le circostanze, qualsiasi animale con un sistema nervoso sviluppato e complesso come un ruminante prova emozioni di grande sofferenza che per il momento è impossibile misurare e quantificare, ma possiamo ottenere dati fisiologici indicativi della sofferenza che l’animale sta provando. Sono dati oggettivi e misurabili in termini di sangue.

Santiago, il mondo del toro si ritrova nella letteratura, nella storia e nella filosofia del mondo spagnolo. Cosa si perderebbe se le corride venissero proibite?

(SCPJ): Filosofia del mondo spagnolo, dice? E allora il Portogallo? E se attraversiamo l’Atlantico, Messico, Perù, Ecuador, Colombia, Venezuela? E la Francia? Risulta curioso che la Francia, il paradigma della cultura, dell’arte, delle luci, sia stato il primo Paese al mondo a dichiarare la festa dei tori Patrimonio Culturale Immateriale. È un esempio dell’universalità e dell’interculturalità del toreo.

È certo che sia in Spagna che in altri luoghi si espongono varie argomentazioni, per la maggior parte politicizzate, per sopprimere le corride. Cosa si perderebbe se trionfassero le tesi abolizioniste? Si perderebbe un patrimonio genetico, quello del toro da corrida, che sarebbe irrecuperabile. Si perderebbe biodiversità alterando un ecosistema singolare come il pascolo destinato al toro “

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