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Corrida de toros? Sì o no? …ma con passione!

© DR
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Un “amante degli animali” e un “amante della festa” espongono le proprie argomentazioni

Le tauromachie e le corride sono un tema polemico di per sé: i maltrattamenti animali di fronte alla festa nazionale, il mantenimento dell’animale o la sua tortura.

Non c’è una posizione specifica del magistero della Chiesa al riguardo, ed esistono solo alcuni documenti. Si dice che Alessandro VI e Callisto III, spagnoli, organizzassero tauromachie anche a Roma, ma nel 1567 San Pio V decretava con la bolla “De salutis gregis dominici” che chi partecipava alle corride incorreva automaticamente (“latae sententiae”) nella pena della scomunica. La bolla venne poi moderata da Gregorio XIII nel documento “Exponis nobis super”, e ritirata da Clemente VIII con il documento “Suspectus numerus”.

Si tratta di oltre quattro secoli di polemica a cui Aleteia vuole partecipare con le argomentazioni di Santiago Celestino Pérez Jiménez (SCPJ), docente di Generi Letterari e Audiovisivi presso l’Università CEU Cardenal Herrera di Valencia, e del dottor Miguel Ibañez Talegón (MIT), del Dipartimento di Produzione Animale della Facoltà di Veterinaria dell’Università Complutense di Madrid. Ognuno tragga le proprie conclusioni.

Le argomentazioni utilizzate in genere a favore della tauromachia sono la tradizione, la cultura o l’economia. È così necessario curare “la festa del toro”?

Miguel Ibañez Talegón (MIT): Tutti gli aspetti culturali entrano profondamente nella gente, e questo è il motivo per cui questa tradizione è così seguita. Quando, però, hai l’opportunità di poter spiegare tecnicamente ciò che accade all’animale mentre lo spettatore si sta “godendo” la sua corrida, si prova una certa vergogna per i dubbi che assalgono in quel momento. La questione sta nel fatto che durante la corrida non si vede, per la distanza nella plaza de toros o perché le telecamere non la riprendono, la sofferenza del toro in base ai sintomi che presenta, come difficoltà respiratorie, sangue dalla bocca e dalle cavità nasali, zoppicature impercettibili dopo la “Pica” e altro. Se una telecamera riprendesse questi aspetti di sofferenza e li trasmettesse in diretta nella plaza o in televisione, la gente si accorgerebbe anche del dolore, e i suoi sentimenti cambierebbero. Dal punto di vista del mantenimento della festa del toro, non credo che sia così necessaria, è semplicemente una tradizione. Esistono altri temi culturali meno dannosi per gli animali come la pittura o la musica. Qui entra molto lo “spagnolismo” che a volte ha il plauso dei taurini, e questo è assai complesso per le tante connotazioni che comporta. Esiste anche un altro gruppo di persone che non ha alcuna empatia nei confronti degli animali e a cui non importa nulla di ciò che viene fatto loro. A volte ho l’impressione che questo tipo di persone sia troppo numeroso e che il “popolo” spagnolo sia deficitario in questo aspetto. Quando ho queste sensazioni mi vergogno di essere spagnolo.

Santiago Celestino Pérez Jiménez (SCPJ): Ha appena citato i tre pilastri su cui si basa la maggior parte delle civiltà: Tradizione, Cultura ed Economia. Spesso dimentichiamo che la parola “cultura” significa coltivazione della terra, e poi cura del bestiame nei campi. E dal campo si passa alla plaza in cui il toro è l’orizzontale e il torero la verticale. Lì la tauromachia partecipa a tutte le arti, dall’architettura che è musica solidificata fino alla scultura, senza dimenticare musica e danza. Arti che possono essere toccate; il toreo, tuttavia, è un’arte effimera che si distrugge mentre si crea. Si tratta di scolpire il tempo, per citare Tarkovski, di rendere eterno l’instante. C’è qualcosa di più bello? Per questo dobbiamo vegliare, proteggere, “curare” – come lei dice – la festa dei tori per far sì che tutti i suoi valori etici ed estetici si trasmettano ai nostri eredi. Aveva ragione Vicente Aleixandre – i poeti hanno quasi sempre ragione – quando affermava che tradizione e rivoluzione sono due parole identiche.

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