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La rinuncia che ha cambiato la storia

© OSSERVATORE ROMANO / AFP

CITE DU VATICAN, Vatican City : This handout picture released by the Vatican Press Office on February 11, 2013 shows Pope Benedict XVI addressing an ordinary consistory at The Vatican the same day. Pope Benedict XVI announced he will resign on February 28, a Vatican spokesman told AFP, which will make him the first pope to do so in centuries. AFP PHOTO/OSSERVATORE ROMANO RESTRICTED TO EDITORIAL USE - MANDATORY CREDIT “AFP PHOTO/OSSERVATORE ROMANO"

Chiara Santomiero - Aleteia - pubblicato il 10/02/14

Un anno fa le dimissioni di Benedetto XVI hanno aperto una nuova fase nella storia del pontificato e nella vita della Chiesa

Un “fulmine a ciel sereno”: perfino il decano del collegio cardinalizio, Angelo Sodano, che pure ne era stato informato in precedenza, non trovò altre parole per descrivere l'annuncio delle dimissioni di Benedetto XVI, l'11 febbraio del 2013. Una giornata tranquilla, sebbene si celebrasse come di consueto l'anniversario del Patti lateranensi e il Papa avesse indetto un concistoro per la canonizzazione di alcuni santi. Dopo aver dato le informazioni che ci si attendeva, Benedetto XVI aggiunge qualcosa che nessuno si aspettava: a causa dell'età che avanza, “ingravescente aetate” dirà in latino, ha deciso in coscienza di lasciare il governo della barca di Pietro. La sede vacante, aggiunge tra lo sbigottimento generale, inizierà alle ore 20 del 28 febbraio. Inizia con questo gesto semplice, a lungo meditato, una fase completamente nuova per la vita della Chiesa di cui un anno dopo, si può tentare di tracciare un bilancio attraverso un mosaico di voci.

Fin dai primi momenti, nonostante il “trauma” delle prime dimissioni di un Papa nella bimillenaria storia della Chiesa per ragioni legate all'età – nessuno ha mai pensato che per Ratzinger questa fosse una dimostrazione di debolezza. Un'impressione che si conferma a un anno di distanza: “un grande atto di governo” lo definisce il portavoce della Santa Sede, p. Federico Lombardi in un'intervista a Radio Vaticana (10 febbraio), cioè “una decisione presa liberamente che incide veramente nella situazione e nella Storia della Chiesa”. Un grande atto di governo fatto “con una grande profondità spirituale, una grande preparazione dal punto di vista della riflessione e della preghiera; un grande coraggio perché, effettivamente, trattandosi di una decisione inusitata, potevano esserci tutti i problemi o i dubbi sul “che cosa” avrebbe significato, come riflessi, come conseguenze per il futuro, come ricezione da parte del popolo di Dio o del pubblico”. “La chiarezza con cui Benedetto XVI si era preparato a questo gesto e, direi, la fede con cui si era preparato – aggiunge p. Lombardi -, gli ha dato la serenità e la forza necessaria per attuarla, andando con coraggio e con serenità, con una visione veramente di fede e di attesa del Signore che accompagna continuamente la sua Chiesa, incontro a questa situazione nuova”.

Una decisione maturata nella fede e nella preghiera perché Ratzinger, sottolinea curiosamente il vaticanista di Tmnews Iacopo Scaramuzzi a cui Il Sismografo.it (10 febbraio) ha chiesto un commento per l'anniversario delle dimissioni di Benedetto XVI – “non è ratzingeriano”, cioè legato agli schemi con i quali è stato spesso interpretato, ma libero e “uomo di Chiesa e uomo di Dio. Capace, con l’aumentare della fragilità, di trovare nella preghiera la forza di rinunciare – decisione mal digerita da molti – al soglio petrino. Non per rilanciare una certa idea identitaria del suo pontificato, come qualcuno gli suggeriva. Ma per non delegare ad altri il potere, e il servizio, che gli era stato affidato personalmente; stroncando inettitudini e manovre; e aprendo la strada, per il bene della Chiesa, all’elezione di un successore che fosse altrettanto libero. E radicato, a sua volta, nella preghiera. (Il Sismografo.it 10 febbraio).

Certo a Ratzinger non è mancata la sofferenza nei suoi otto anni di pontificato, a conferma che, come Bergoglio ha confidato ad alcuni giovani immigrati nella visita alla parrocchia del S. Cuore, “anche il Papa soffre”. Come sottolinea il vaticanista dell'Agenzia AgiSalvatore Izzo (Il Sismografo.it 20 febbraio): “non posso dimenticare come nel corso del suo Pontificato, che non si può non definire grande (lo hanno riconosciuto i fedeli accogliendolo con entusiasmo, ad esempio, negli Stati Uniti, in Francia e in Gran Bretagna) e generoso (basti pensare al secondo viaggio in Africa, alle visite in Messico e a Cuba, e all'ultimo viaggio, quello del settembre 2012 in Libano: pellegrinaggi assai impegnativi, intrapresi a 85 anni di età), il Papa Emerito sia stato isolato, offeso, calunniato, tradito, e alla fine anche derubato nella sua casa. Per capire cosa abbia passato in questi anni bisogna rileggersi quello che ha scritto nella lettera a tutti i vescovi del mondo sul “caso Williamson” e in quella ai cattolici d'Irlanda feriti dagli abusi, che considero due documenti importantissimi e rivelatori della santita' personale di Joseph Ratzinger. Le parole con le quali ha descritto l'aggressione subita dopo la remissione delle scomuniche e le lacrime che ha versato con le vittime dei crimini compiuti da sacerdoti rappresentano – credo – un grande messaggio che non dovremmo lasciar cadere”.

Tuttavia il Papa rinuncia al ministero petrino “non solamente perché si sente debole – nota il direttore de LaCiviltà Cattolica, p. Antonio Spadaro ripercorrendo il testo dell'annuncio delle dimissioni di Ratzinger (Il Sismografo.it 20 febbraio), “ma perché avverte che ci sono in gioco sfide cruciali che richiedono energie fresche. Benedetto, quindi, anche con questo suo gesto, ha intenso spronare la Chiesa. L’ha immaginata «vigorosa», dunque coraggiosa nell’affrontare le sfide dei rapidi mutamenti (in mundo nostri temporis rapidis mutationibus subiecto) e le sfide delle questioni di grande rilevanza per la vita della fede (quaestionibus magni ponderis pro vita fidei). Il gesto del Papa non è stato una rinuncia. Semmai un gesto di umiltà e di libertà. Egli sa di aver svolto il suo ministero fino in fondo. A un certo punto si è reso conto che la situazione che il mondo e la Chiesa stavano vivendo era completamente cambiata rispetto anche a pochi anni prima. Rinunciando al Pontificato, Benedetto XVI ha dunque detto qualcosa alla Chiesa: l’ha invitata a non aver paura, a spendere le forze per aprirsi alle sfide e alle questioni, a non temere la rapidità e il peso dei mutamenti”.

Non una rinuncia fine a se stessa, quindi, ma per il bene della Chiesa e che apre la strada anche ai suoi successori. Ratzinger, in questa prospettiva, non dovrebbe correre il rischio di essere bollato da un novello Dante come il Papa del “gran rifiuto”. “La sua rinuncia – ha precisato il cardinale Georges Cottier rispondendo alla domanda formulata in tal senso da Mimmo Muolo (Avvenire 20 febbraio) non è stata un abbandonare il proprio posto. Con molta lucidità egli ha misurato le proprie forze e il lavoro da fare. E ha deciso che non si può forzare la Provvidenza. Certo, il suo atto ha stupito perché è il primo caso dei tempi moderni. Ma Benedetto XVI ha fatto i conti anche con il prolungarsi della vita e l’avanzare della vecchiaia. Dunque non si può escludere che in futuro altri Papi possano fare lo stesso”.

“Un Papa così tradizionalista – ha sottolineato anche il decano dei vaticanisti John Tavis (IlSismografo.it a proposito delle prospettive aperte al ministero petrino – ci stava dicendo che il papato doveva adattarsi alle esigenze dei tempi moderni. Benedetto XVI ha ricordato ai cattolici che il papato non è una condizione sacra. Si tratta di un ufficio che può, e a volte, deve essere messo da parte poiché l'autorità del papato risiede nell'ufficio, non nella persona”. La novità riguarda anche la condizione di papa emerito: “ogni giorno che Benedetto continua a vivere nel silenzio e nell'oscurità – come papa emerito – è importante. Egli sta ancora scrivendo la storia, lasciando ai suoi successori molta più libertà. Non solo la libertà di dimettersi, ma anche libertà per quanto riguarda ciò che un Papa emerito può e non può fare”. Infatti “Benedetto non ha mai descritto la sua condizione di Papa emerito. Ha scelto di vivere in un ambiente monastico in Vaticano, evitando dichiarazioni ed apparizioni pubbliche, e senza stabilire delle regole e linee-guida per il futuro. Ciò dimostra una sua profonda fiducia nella Chiesa e nelle persone che siederanno sul trono di Pietro negli anni a venire”.

E sul contributo di questo pontificato per la Chiesa, un'eredità “immensa – ha sottolineato Cottier nell'intervista ad Avvenire – che va dalla corretta interpretazione del Concilio a grandi aperture come la Lettera ai cristiani della Cina, sulla quale bisognerà ritornare. Quanto al problema dei preti pedofili la sua azione è stata di grande fermezza. Inoltre ha fatto tutto il possibile per ricomporre lo scisma con i lefebvriani e ha avuto grande attenzione all’ecumenismo e al rapporto con gli ebrei. Inoltre ha messo l’accento sulla speranza e sulla gioia di essere cristiani e dato impulso alla Dottrina sociale della Chiesa” (Avvenire 20 febbraio).

Un pontificato, quello di Benedetto XVI, che avrà bisogno di tempo per essere letto nella giusta dimensione e anche nella collocazione storica tra Wojtyla e Bergoglio: “Il suo regno, che per me è stato un seguito, senza soluzione di continuità reale con il pontificato di Giovanni Paolo II – afferma Marco Tosatti (Il Sismografo.it 10 febbraio) dopo aver sottolineato il lavoro 'oscuro e di ripulitura all'interno della Chiesa' di Ratzinger che ha consentito alla stessa di 'presentarsi al mondo con un aspetto nuovo' – ha permesso alla Chiesa e ai cardinali, certamente scossi dalla scomparsa, ormai nove anni fa, di quel gigante umano e religioso che è stato papa Wojtyla, di respirare, e cercare di dare inizio a un reale “dopo Wojtyla”. Con quanta saggezza e fortuna, sarà il tempo a dirlo. Ripeto quello che già mi sono trovato a dire in tempi non sospetti: che la lealtà e la bontà di Benedetto XVI, e la sua sfortuna nella scelta di alcuni collaboratori diretti gli hanno impedito di proseguire su una strada da cui certamente la Chiesa aveva tratto beneficio”.

Il clima di rinnovamento che si avverte oggi nella Chiesa di Bergoglio non sarebbe stato possibile senza il gesto di Benedetto XVI: “Per molti, i fermenti che oggi vive la Chiesa sotto la spinta di Francesco sembrano paragonabili a quelli di una nuova stagione conciliare. E tutto ha avuto inizio quella mattina di un anno fa, da quella prima rinuncia per vecchiaia di un Papa in due millenni di storia della Chiesa: un atto di coraggio, una riforma nel solco del Concilio. È stato lo choc impresso da Ratzinger a rendere possibile la scelta di un Papa venuto dalla fine del mondo, che guarda alla istituzione che deve guidare con l'ottica delle periferie e non del centro, dei poveri e non dell'Occidente spesso opulento ed egoista, che porta una prospettiva nuova, radicalmente evangelica, nel governo e nella pastorale (Andrea Tornielli, Vatican Insider 10 febbraio).

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