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Bambini-soldato? Non più.

AFP PHOTO/JOSE CENDON

DEMOCRATIC REPUBLIC OF THE CONGO, RUTSHURU : A Congolese boy, ex rebel, sits on a bed of a center for demobililized war children 26 January 2006 in Rutshuru, in the North Kivu Province of the Democratic Republic of Congo. A week after the short-lived seizure of their villages by dissident troops, residents of the volatile eastern Democratic Republic of Congo (DRC) are clinging to hopes that upcoming elections will finally bring stability to their troubled region.<br /> AFP PHOTO/JOSE CENDON

Davide Maggiore - Aleteia - pubblicato il 10/02/14

A Goma, in RD Congo, la Caritas porta avanti dal 2004 un progetto di smobilitazione dei minori arruolati nei gruppi armati: un segno di speranza tra i conflitti.

Era un guerrigliero, diventerà un padre di famiglia. Jacques vive a Goma, nella Repubblica Democratica del Congo, ha un lavoro come operatore sociale, e a gennaio si è sposato. Ma prima di terminare la scuola secondaria in cui ha studiato pedagogia, è stato per tre anni un bambino-soldato in uno dei molti gruppi che combattono un conflitto ormai quasi ventennale nell’est del suo Paese. A raccontare ad Aleteia questa storia – vera anche se il nome del protagonista è di fantasia – è Jean Marie Vianney Kanamugire, responsabile del programma di smobilitazione e reinserimento dei bambini soldato per la Caritas di Goma: proprio l’istituzione che ha dato a Jacques un lavoro, dopo averlo accolto quando ha scelto di deporre le armi.
Tra aprile 2004 e dicembre 2012, ultimo anno per cui esistono i dati completi del progetto, quasi 6900 minori sono usciti dai commando dei gruppi armati e quasi tutti hanno fatto ritorno alle loro famiglie o alle comunità di origine. Poco più di 3 mila, poi, hanno compiuto lo stesso percorso di Jacques e “beneficiato di un programma di reintegrazione scolastica, professionale, sociale ed economica”, riassume Kanamugire. Questo itinerario parte da lontano, con la prevenzione e la sensibilizzazione, rivolte a tutta la società anche attraverso trasmissioni su radio e tv locali; la parte più evidente del lavoro, però, avviene nei Centri di transito e orientamento (Cto) della Caritas, dove si cerca di far dimenticare ai bambini le pratiche della guerra, diventate per molti quasi un tragico riflesso condizionato.

Il sostegno psicologico – e spirituale, nel rispetto del credo di ciascuno – è solo parte della soluzione: anche il gioco è fondamentale. Serve, spiega il responsabile del programma, “a far rinascere una convivenza pacifica e uno spirito di unità familiare” tra giovani e giovanissimi (i beneficiari hanno per lo più tra gli 11 e i 18 anni) che “vengono da etnie, tribù e contesti differenti”, spesso utilizzati dai capi politici come altrettanti fattori di mobilitazione per la guerra. È solo dopo questa ‘terapia’, fatta anche di partite – rigorosamente amichevoli – a calcio e pallavolo, e una presa di contatto con le famiglie d’origine, che per i bambini comincia il vero programma di reinserimento.

Le difficoltà, anche vista la situazione politica e sociale ancora instabile del Congo, non mancano, ammette Kanamugire. Un rischio sempre in agguato è quello “del ritorno tra le file dei gruppi armati, o la tendenza alla delinquenza giovanile, al vagabondaggio, al matrimonio precoce e – per le bambine – alle gravidanze indesiderate”: la vita del guerrigliero lascia infatti nella psiche un disagio non facile da cancellare. Reinserire un bambino, riconosce l’operatore della Caritas, è una sfida persino “più grande rispetto a quella degli adulti” che hanno vissuto la stessa esperienza, e non vanno trascurati neanche i differenti risultati ottenuti con bambini e bambine. Liberare queste ultime, riassume Kanamugire, si è rivelato infatti più difficile: i capi militari, “le tengono in ostaggio, utilizzandole come schiave o anche come prostitute”; solo 477 hanno abbandonato finora i movimenti guerriglieri.

In più, sono ancora “oltre 3000” i minori che complessivamente, combattono nella ‘guerra a bassa intensità’ congolese. Tra loro, oltre 1000 sono stati reclutati “tra gennaio 2012 e agosto 2013”, spiega il responsabile del progetto di recupero citando dati diffusi dall’Onu. È facile capire, dunque, perché Kanamugire ritenga che ci sia molto lavoro da fare anche dopo la recente sconfitta di una delle sigle più attive negli ultimi due anni, l’M23. “In tutta la regione – dice – ci sono una quarantina di altri gruppi ancora in armi, e controllano gran parte del territorio”, continuando anche a impiegare bambini soldato.
La relativa calma che la resa di M23 ha portato con sé, però, apre qualche possibilità in più, soprattutto per quanto riguarda un maggiore coinvolgimento diretto delle comunità nel programma. Un esempio in questo senso viene proprio da chi ormai si è lasciato alle spalle la lotta armata: molti ex bambini soldato – conclude Kanamugire – sono coinvolti nella “sensibilizzazione dei loro coetanei ancora ‘arruolati’ tra i guerriglieri”, e “sui 1000 che hanno abbandonato i gruppi combattenti nel 2013, 93 hanno ricevuto orientamento da loro vecchi compagni già reinseriti”.

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bambinicaritasrepubblica democratica del congo
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