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L’orrore delle Foibe: ecco come la Chiesa cercò di opporsi

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Emanuele D'Onofrio - Aleteia - pubblicato il 09/02/14

I sacerdoti perseguitati e uccisi furono solo italiani?

Ballarin: No. Tra le loro fila vi sono anche uomini di Chiesa croati, come il giovane don Miro Bulesic, della diocesi di Parenzo-Pola, sgozzato nel 1947 dai «titini» e beatificato a Pola nel settembre 2013. Ordinato sacerdote nel 1943, il 24 agosto 1947 fu ucciso a Lanischie da un manipolo di miliziani armati. Così mons. Amato lo ricordò nel corso della cerimonia di beatificazione: «Nell’inferno di questo caos i facinorosi si sfogarono contro don Miro, bastonandolo selvaggiamente e spintonandolo con violenza contro il muro. Il giovane sacerdote insanguinato e sfigurato ripeté più volte l’invocazione: ‘Gesù, accogli la mia anima’». Vanno sempre ricordati naturalmente i vescovi che accompagnarono i profughi giuliani e dalmati nel loro esilio in Patria. Come mons. Antonio Santin, Vescovo di Fiume e poi di Trieste e Capodistria, dal 1938 al 1975. Figura di grandissimo spessore, si rese protagonista di una straordinaria opera di mediazione con le autorità tedesche quando queste occuparono Trieste, nel disfacimento delle strutture statali italiane dopo l’8 settembre 1943, e diventando punto di riferimento essenziale della comunità religiosa e della società civile. Quando, nel giugno 1947 mons. Santin comunicò alle autorità jugoslave che si sarebbe recato a Capodistria, di cui era formalmente Vescovo, per partecipare alla festa di San Nazario, patrono della città e per amministrare il sacramento della Cresima, i titini ebbero modo di organizzare una feroce aggressione nei suoi confronti. Da pastore esercitò la sua funzione con grande equilibrio, assumendo le difese dei diritti delle popolazioni slave inficiati dal regime fascista e degli italiani dell’Istria quando l’intera regione Giulia fu invasa dalle formazioni di Tito. Tra i “nostri” Vescovi va ricordato anche mons. Ugo Camozzo, l’ultimo Vescovo di Fiume italiana e nel dopoguerra di Pisa, che nella sua pastorale pronunciata nel Duomo di San Vito così incoraggiò i suoi fedeli: «Fiumani, siate dignitosi nella vostra sventura. La vostra umiliazione è gloriosa, potete portarla a fronte alta e con nobile fierezza».

Molti uomini di Chiesa si adoperarono anche in un’opera di denuncia?

Ballarin: Si è fatto quello che si poteva fare, valga per tutti la storia di monsignor Santin. Ci fu un grande sforzo di denuncia, ma erano denunce a cui non venne prestato particolarmente orecchio. Ricordiamo che l’esodo dei profughi che comincia nel ’43 finisce non alla metà degli anni ’50, come si pensa in genere, ma alla prima metà degli anni '60. Noi non abbiamo avuto strutture di supporto della Croce Rossa internazionale. Quando le persone andavano via, le strutture primarie in cui queste trovavano assistenza morale e fisica erano le parrocchie. Le persone che finivano nei campi profughi cercavano continuamente un contatto con esponenti della Chiesa cattolica. Ricordiamo che di preti ne hanno infoibati una quarantina, in Istria. Quindi, l’aiuto primario della Chiesa Cattolica è stato quello di dare assistenza alle persone, fisicamente di trovare la strada migliore per farle andare via da dove stavano. Questa era una cosa che i comunisti sapevano molto bene, e quindi hanno cercato anche in questo caso di troncare queste relazioni.

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Tags:
comunismo
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