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L’orrore delle Foibe: ecco come la Chiesa cercò di opporsi

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Emanuele D'Onofrio - Aleteia - pubblicato il 09/02/14

Quali furono i momenti peggiori?

Ballarin: Le due grandi ondate di infoibamenti, la prima del 1943, la successiva del 1945 ed oltre, che colpirono l’Istria con il sopraggiungere delle bande partigiane di Tito, investirono non soltanto coloro che potevano essersi compromessi con il passato regime fascista, ma anche un numero assai considerevole di semplici cittadini estranei e incolpevoli, ragazze e donne incinte, appartenenti alle forze dell’ordine, maestri, bidelli, segretari e messi comunali, postini, qualunque figura rappresentativa di quella che era stata l’Amministrazione statale italiana. Le persecuzioni, le deportazioni e le uccisioni assunsero subito una forte valenza ideologica ed etno-centrica, alimentata dal rivendicazionismo jugoslavo di quei territori già italiani. Scopo degli eccidi comunisti era questo, di privare la popolazione italiana autoctona dei suoi dirigenti e guide, dai più autorevoli ai più umili, sino ai parroci, in questo caso in una chiave evidentemente anti-religiosa. In quattro anni furono uccisi ben trentanove sacerdoti cattolici, di cui trentasei italiani nativi di quei luoghi, anche dopo orrende sevizie. E diversi croati.

Ci può fare alcuni nomi?

Ballarin: Simbolo religioso dell’esodo degli italiani dalla Venezia Giulia è don Francesco Bonifacio, giovane parroco ucciso nei pressi di Grisignana in Istria dalle bande «titine» nel 1946, dunque a guerra ampiamente terminata. Dalle testimonianze acquisite, venne seguito e sorpreso da alcune guardie della milizia jugoslava nella stessa Villa Gardossi, spogliato, deriso, colpito a calci e a pugni e da una grande pietra che gli venne scagliata sul volto, quindi scaraventato nell’inghiottitoio di Martines. Per la Chiesa cattolica, don Bonifacio è il primo beato gettato nelle foibe. La Chiesa ricorda don Bonifacio l’11 settembre di ogni anno. Altro emblema religioso dell’esodo è certamente don Angelo Tarticchio, parroco di Villa di Rovigno, catturato, sempre di notte, dai partigiani jugoslavi nella sua casa di Gallignana (paese della Valle dell’Arsa), insultato e incarcerato nel castello dei Montecuccoli a Pisino d’Istria. Dopo averlo torturato, lo trascinarono presso la località di Lindaro, dove assieme a 43 prigionieri legati con filo spinato venne ucciso con una raffica di mitragliatrice e gettato in una cava di bauxite. Gli posero sul capo una corona di filo spinato, lo evirarono e lo scaraventarono in una cava di bauxite a Villa Surani (Lindaro). Tra i sacerdoti trucidati ricordiamo inoltre don Giovanni Manzoni, ucciso in Dalmazia nell’ottobre 1944, don Domenico Benussi, trucidato ad Albona nei primi giorni di maggio 1945, Erminio Pavinci, ucciso a Chersano, nei pressi di Fianona, nel gennaio 1945, Gino Vosilla e Giovanni Massalin, scomparsi a Fiume nel 1945, padre Simone Nardin sparito ad Abbazia (Fiume) nell’aprile 1945, don Giacomo (Guido) Minghetti, deportato nel lager titino di Borovnica nel giugno 1947, ed altri ancora: meriteranno, come don Bonifacio, una memoria storica e un posto nel martirologio cristiano.

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Tags:
comunismo
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