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L’orrore delle Foibe: ecco come la Chiesa cercò di opporsi

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Emanuele D'Onofrio - Aleteia - pubblicato il 09/02/14

Antonio Ballarin, presidente dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, ricorda le persecuzioni dei cattolici e l’opera della Chiesa contro i progetti di Tito

Il 10 febbraio sarà il Giorno del Ricordo dei Martiri delle Foibe, una pagina di storia tutta italiana ancora poco frequentata nei nostri libri di storia. Ancora meno conosciuto è il contributo che diedero molti uomini di Chiesa, anche a costo della loro vita, per denunciare gli abusi subiti dai tanti cattolici di quelle terre e per dare sostegno ai profughi giuliano-dalmati che continuarono a fuggire fino alla metà degli anni Sessanta.

Antonio Ballarin, presidente dell’ Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD), ce lo ricorda in questa intervista rilasciata ad Aleteia, nella quale ricostruisce anche il quadro di una popolazione profondamente radicata nella fede cattolica, e che per questo venne perseguitata.

In che modo la Chiesa cattolica fu presente in quei terribili anni?

Ballarin: Tutta la popolazione di quel territorio era cattolica da generazioni. La presenza della Chiesa era talmente connessa con quelle terre che era veramente un tutt’uno, era una presenza molto significativa. Al momento dell’occupazione di Tito, è successo il cataclisma. Fu l’invasione di un’armata composta da persone che non erano autoctone, ma venivano da fuori, erano contro i nazi-fascisti ed avevano identificato l’italiano come fascista, come l’elemento da eliminare. Ma l’aspetto peggiore era che il comunismo – e questo ce lo insegna la storia, ma noi lo sapevamo da sempre – ha delle forti connotazioni nazionalistiche: i comunisti di Tito erano i nazionalisti slavi che dovevano estirpare completamente il tessuto sociale di quelle città e di quelle campagne. Il dramma del nostro popolo si comprende bene guardando dopo la guerra, non durante, perché le persone che sono venute via da quella terra e che hanno subìto la presenza comunista lì dentro sono l’esempio di come il comunismo cercasse di ricostruire una storiografia. Lo Stato Jugoslavo, che era neonato, aveva bisogno di costruirsi la propria storia, e quindi oltre che appropriarsi della cultura di quei posti, aveva bisogno di radere al suolo l’identità di una nazione. Per fare questo ovviamente dovevano cancellare l’identità che era legata fortemente alla Chiesa cattolica.

In che modo furono perseguitati i cattolici della Dalmazia e della Venezia Giulia?

Ballarin: Sono nato da una famiglia di profughi, qui al villaggio giuliano-dalmata di Roma. Mia madre è venuta via nel ’54, perché non l’hanno lasciata partire prima. Ad altri della sua famiglia, tra cui un fratello, non fu data la possibilità di andarsene. Noi siamo andati a trovarli molte volte quando furono riaperte le frontiere, negli anni Sessanta e Settanta: abbiamo vissuto lì, avevamo quasi sempre la polizia in casa, abbiamo potuto conoscere l’evoluzione di quella società al di là dell’Adriatico che nessuno conosceva. Parlare l’italiano ed andare in chiesa erano considerati peccati gravissimi, per i quali potevi essere fermato, arrestato, incriminato. Io ho avuto una cugina, e sto parlando degli anni Settanta, che insegnava a scuola e che è stata seguita fino in chiesa: il giorno dopo a scuola le fu detto “se ti vediamo andare in chiesa perdi il lavoro”. Oppure c’è la storia di mio zio, che il giorno della festività di S. Giuseppe non andò al lavoro per recarsi in chiesa, e arrivarono i poliziotti con la stella rosa a prelevarlo sull’altare, mentre serviva messa. Questo era l’atteggiamento del comunismo: di persecuzione verso la Chiesa e anche verso l’identità italiana che doveva essere espunta.

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Tags:
comunismo
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