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Il peccato non è nel sesso

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Dimensione Speranza - pubblicato il 06/02/14

Essere femmina: che disgrazia! Essere maschio: che privilegio! Alle donne s’è chiesto subito di "diventare maschio", di sanare la scissura del loro sesso, di contrastare la rottura inflitta dal loro essere al mondo alla purezza/interezza (maschile) dell’uno. Negativamente "seconde"; negativamente "perforate"; diabolicamente portatrici di un’interpellanza che va dritta alla carne dell’altro. L’ascesi, la continenza, la verginità sempre e comunque riparo, bastione alla corruzione di un’impura mescolanza.
Ho studiato a suo tempo la molestia nuptiarum. I temi o erano quelli della cultura greca, della sua tradizionale androcentrica misoginia. Come li abbiamo bene metabolizzati! Come ci sono serviti per invitare gli uomini e le donne a sconfiggere il demone della sessualità, ad annullare la loro corporeità per vivere come "angeli"!
Si capisce allora come sia diventata "peccato" la scoperta della nostra identità sessuata, le modalità istintive del prenderne consapevolezza. Peccato è diventato la domanda, la ricerca dell’altro. Peccaminoso lo stesso remedium concupiscentiae, il matrimonio, tollerato in funzione della permanenza della specie, ma da usare solo a questo scopo e quanto basta. Tutto ci è diventato impurità, porneia, indipendentemente dal fatto che lo fosse veramente, scambiando per sporcizia la stessa fisiologia, lo stesso ciclo che segna la nostra identità sessuata. Ci siamo inventati addirittura una purificatio Mariae, dimenticando che la madre del Signore non aveva di che purificarsi.

La peccaminosità nasce nel cuore
Nella casistica del sesto comandamento, nei peccati condannati dalla nostra casistica morale, spesso leggo nient’altro che l’orrore della carne, quello stesso che nel Te Deum ci fa cantare: «Non horruisti virginis uterum». L’idea che il Figlio di Dio possa serrarsi nelle umide viscere di una donna risulta sconvolgente al punto da mettere in secondo piano il miracolo dell’incarnazione, la santità di colui che s’incarna e quella stessa di colei che lo accoglie. Personalmente trovo in questo antico inno una riproposizione di quel «nato da donna» di Gal 4,4 che con buona pace dei miei colleghi mariologi non è tanto la prima e più antica memoria di Maria, quanto la presa d’atto del paradosso sconvolgente dell’incarnazione: nascere, appunto, da donna, umiliarsi nel senso dell’abbassamento, del fare propria la prigione, il limite del corpo per assumerlo come proprio.

Naturalmente, e intendo mostrarlo, non è che i peccati di cui parliamo non siano tali. È peccato violare l’innocenza; è peccato abusare dei piccoli e degli adulti; è peccato chiudersi egoisticamente nella solitudine della propria carne; è peccato rifiutarsi al dono della vita; è peccato guardare con impudicizia chi ci sta accanto; è peccato commettere adulterio. Ma prima che tutto ciò si configuri come peccato sta, a monte, l’accettazione di sé, della propria corporeità, la cura verso il proprio corpo e il corpo altrui, l’accettazione del nostro limite, del sangue e della carne di cui siamo intessuti e che non sono poi così lontani da ciò che chiamiamo spirito. È dono di Dio questo corpo di carne; sono dono di Dio tutti e cinque i sensi; è dono il sesso che ci connota, segnaletica della dialogia ontica di colui che ci ha voluti a sua immagine, che ci ha radicalmente fatti domanda, ricerca infinita di lui e di quanti/quante ce ne rendono fruibile, immediatamente fruibile l’immagine.

Impuro non è certamente il desiderio dell’altro/a. Impuro non è l’ascoltarsi dentro per riconoscersi indigenti dell’altro/a, della carne dell’altro/a. Impuro non è l’amore anche se si intreccia a sudore e a sangue. Impuro è piuttosto ciò che il nostro "spirito" cova alienandosi da Dio e che non viene necessariamente dalla carne, ma piuttosto viene dall’intimo, dalle facoltà cosiddette "spirituali". Non a caso abbiamo richiamato le parole evangeliche, quelle relative alla peccaminosità di ciò che esce dal cuore dell’uomo, dalla sua incapacità di riappacificarsi con se stesso e con gli altri; dal non sapere aprirsi all’altro cordialmente, senza ipoteca di possesso, senza volerne il male.

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fidanzamentofocus sessualitapeccatosessualità

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