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Il peccato non è nel sesso

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Una visione parziale del sesto comandamento ha reso il rapporto col corpo difficile e non realmente cristiano

di Cettina Militello

Anche il cristianesimo, per secoli, si è accanito contro il corpo, mentre vediamo che i vangeli ci presentano un Gesù attento ai sensi, alla corporeità, alla carne. Il peccato non viene necessariamente dalla carne, ma dall’intimo dell’uomo.
Rilettura del decalogo: il sesto comandamento
Abbiamo già avvertito come soprattutto in età moderna l’accento si sia spostato dall’adulterio alla sessualità come tale, ontologizzando e dogmatizzando visioni culturali estranee al messaggio cristiano. Proprio per questo, bisognerebbe riformularlo nel segno della cura, dell’attenzione alla fragilità preziosa che ci costituisce nella concretezza ultima, sessuata, del nostro essere al mondo. E allora, forse, il senso delle "parole" che lo riguardano potrebbe essere: «Non offendere la tua e l’altrui carne».

Il problema infatti è proprio la nostra corporeità, il nostro essere corpo, l’essere carne. La storia nostra di cristiani paradossalmente è segnata dal rifiuto della carne, dimenticando che per essa abbiamo acquisito la salvezza.
Si parli di pesantezza, debolezza della carne; si legga con disgusto, con astio quasi, l’involucro pesante del nostro essere al mondo, l’idea, neppure tanto nascosta, è quella pagana di una identità debole, onticamente peccaminosa, contro cui occorre lottare e che. comunque, bisogna oltrepassare. In fondo c’è il rammarico di una creaturalità angelica, unilateralmente spirituale; c’è l’aspirazione a una condizione emancipata dal bisogno: cibarsi, ad esempio, accoppiarsi, o, più semplicemente, dalla modalità drammatica del nascere, crescere, invecchiare. La stessa parabola del corpo, la sua metamorfosi fisica, appare repellente. Lo spirito, invece, non invecchia mai… Non so perché l’idea di sporco, di impuro, si leghi da sempre ai nostri bisogni. Certo siamo capaci di transignificarli, di fare del bisogno, dell’uso dei nostri sensi un’arte, ma questo appare più che arte edonismo, peccaminoso indulgere su come che dovrebbero restare fuori dalla vita del saggio o del credente.

Gesù e la corporeità dell’uomo
Il cristianesimo non è l’unica religione che si accanisca contro il corpo, che alimenti vilipendio del corpo. Ma dimentica che, a differenza delle altre, la salvezza che annuncia è legata all’esperienza di un corpo vilipeso e piagato, un corpo che ha attraversato (e sconfitto) l’annullamento della morte. Personalmente guardo con incredulità l’ipotesi di un Gesù di Nazaret filosofo cinico; non riesco a pensarlo come uno straccione itinerante insensibile ai beni di questo mondo. Ammesso che certi suoi precetti coincidessero con quelli delle scuole filosofiche o rabbiniche del tempo, i vangeli ce lo mostrano attento ai sensi, alla corporeità, alla carne. Mangia e beve con i suoi; guarisce le infermità del corpo; è presente a un banchetto di nozze; frequenta e ama discepoli e discepole. Le sue parabole del Regno sono il più delle volte nel segno della gioia riassunta nelle metafore delle nozze e del banchetto.

Gesù ce lo siamo raffigurato e etereo, asessuato. Vergine la madre, vergine lui stesso e, piano piano, abbiamo dimenticato la condizione di quelli che chiama a seguirlo, i quali, vergini o non vergini, rispondono al suo invito, lo seguono incondizionatamente, sedotti dal suo carisma, ma non per questo smettono di avere moglie o figli, o disdegnano la mensa o l’allegrezza contagiosa del seguirlo e dello stare insieme.
Non so dove sia nata l’idea che l’ideale evangelico s’incentrasse tutto nella continenza e che questa significasse in partenza disprezzo della sessualità e del corpo sessualmente segnato. Di certo tutta la precettistica cristiana, tutti i divieti che punteggiano la nostra esistenza, hanno la loro radice in una corporeità "irredenta", come se il Figlio di Dio non avesse preso carne.

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