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Come i Padri della Chiesa hanno trovato Dio nelle Olimpiadi

Shawn Carpenter
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La nostra tradizione bimillenaria di analogie sportive

I Giochi Olimpici Invernali 2014 di Sochi (Russia) stanno per iniziare, e con loro un’opportunità di primo piano per i cristiani per impegnarsi in un’altra antica tradizione: trarre dal grande evento sportivo analogie che insegnino la fede.

In genere non sono un fan dei sacerdoti che cercano troppo di essere “di tendenza” – è quasi sempre controproducente –, ma esempi di una predicazione efficace dalle Olimpiadi vengono nientemeno che dai sempre venerabili primi Padri della Chiesa.

Se i Giochi olimpici moderni affondano le radici nel XIX secolo, sono un “revival” della tradizione dell’antica Grecia, una tradizione ancora praticata nei primi secoli della Chiesa. E prendendo spunto dalle analogie sportive di San Paolo nella Scrittura, i primi cristiani usavano questa opportunità per ispirare le persone nella loro vita spirituale.

San Giovanni Cassiano parlava della “lotta olimpica contro i nostri vizi”, affermando che “la nostra prima gara nei Giochi olimpici [è] estinguere i desideri del palato e dello stomaco mediante l’anelito alla perfezione” (Istituti, V, 13, 14). Teodoto paragonava la preparazione alla vita spirituale che riceviamo dalla Scrittura a un atleta olimpico che si allena per quell’evento (Estratti, XXVIII).

Tertulliano sceglieva un’angolazione diversa, mostrando come una vita cristiana ascetica differisse da quella degli olimpionici. “Lasciate che i giocatori di cestus e i pugili si riempiano [di cibo] a sazietà”, scriveva in un’opera sul digiuno. “L’ambizione corporea è adatta a coloro per i quali la forza fisica è necessaria…”. E continuava:

“Ma i nostri sono muscoli diversi e tendini diversi, come sono differenti i nostri contesti; noi, la cui lotta non è contro la carne e il sangue, ma contro il potere del mondo, contro le spiritualità della malignità. Contro questi non è con la robustezza di carne e sangue, ma di fede e spirito che è doveroso prendere la nostra posizione antagonistica”.

Terminava poi dicendo: “Dall’altro lato, un cristiano sovralimentato sarà forse più necessario a orsi e leoni che a Dio” (Sul digiuno, 17).

Il Padre della Chiesa che sembra essersi riferito ai Giochi olimpici più di chiunque altro è stato ad ogni modo il grande Dottore della Chiesa orientale San Giovanni Crisostomo. Il nome “Crisostomo” è in realtà un titolo d’onore che significa “dalla bocca d’oro”, perché è ricordato come un predicatore dotato. Forse questo fa capire perché sceglie tanto spesso di spiegare la fede riferendosi a un grande evento popolare della sua epoca? In un’omelia, riconosce che c’erano molti fan dei Giochi nella sua congregazione. “Molti di voi hanno spesso visto i Giochi olimpici. E non solo li hanno visti, ma sono stati sostenitori e ammiratori zelanti dei partecipanti, uno di questo, uno di quello” (Omelia 14 contro gli Ebrei, 10). Egli usa così i Giochi come un’analogia per esortare la sua congregazione ad allenarsi alla vita spirituale lavorando sodo quando gli atleti olimpici.

“Sapete che sia durante i giorni delle gare che durante le notti, l’araldo per tutto il tempo non pensa ad altro, non ha altra preoccupazione che il fatto che il combattente non si disonori quando si fa avanti. […]

Se quindi chi sta per lottare davanti agli uomini usa questa premeditazione, converrà molto più a noi essere continuamente ponderati e attenti, perché tutta la nostra vita è una gara. Fate sì che ogni notte sia una veglia, e state attenti che quando usciamo alla luce del sole non ci rendiamo ridicoli” (Omelia 14 contro gli Ebrei, 10).

In un’altra omelia della stessa serie, sottolinea quanto la vita spirituale sia molto più importante dello sport: “Quelle gare olimpiche per vincere dei premi non riguardano l’anima o la buona morale, ma la forza e il corpo. Se quindi dove c’è l’esercizio del corpo si esamina molto il carattere, tanto più qui, dove il combattente è l’anima” (Omelia 17 contro gli Ebrei, 8).

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