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Phillip Seymour Hoffman e la cultura dello scarto

Victoria Will/Invision/AP
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La tragica fine dell'attore, un esempio di una società senza rispetto per la dignità umana

Il noto attore Philip Seymour Hoffman è stato trovato morto nel suo appartamento di New York City domenica, vittima di un'apparente overdose di droga. Hoffman, che era rimasto sobrio per 23 anni dopo problemi di dipendenza precedenti, negli ultimi mesi era ricaduto nel vortice della droga. Il suo corpo è stato rinvenuto in una vasca da bagno con un ago pieno di eroina nel braccio. Aveva 46 anni e lascia una compagna che stava con lui da 15, Mimi O’Donnell, e i loro tre bambini.

La morte prematura dell'attore richiama la cultura dello “scarto” di cui ha parlato papa Francesco, lamentando una società in cui la vita umana viene vista come una merce usa e getta ritenuta preziosa nella misura in cui può servire a qualche scopo utile agli occhi degli altri. Ecco allora l'aborto e l'eutanasia per anziani e malati – pratiche fin troppo comuni nelle società moderne, anche se si oppongono diametralmente alla dignità umana.

Hoffman era un uomo di successo, aveva una famiglia e (apparentemente) apprezzava in qualche modo la spiritualità cristiana (anche se in un senso definito in modo approssimativo). Laura Turner di Religion News Service riporta un episodio in cui padre James Martin, S.J., ha aiutato Hoffman a “celebrare” la Messa come pratica per il suo imminente ruolo nel film Capote, nel quale interpretava un sacerdote.

“Nelle parole di Phil, Gesù dava dei suggerimenti, e la decisione di seguirli o non seguirli dipendeva sempre dalla persona”, ha commentato padre Martin parlando dell'attore scomparso. Ma Hoffman non mancava di una propria comprensione di Cristo: “La mia immagine di Gesù è quella di una persona emozionante… Se vivesse oggi, farebbe uno putiferio!”

Anche se non conosciamo le ragioni che hanno riportato Hoffman verso le droghe, la tragedia, come afferma Turner, è che “la sua morte è stata così superflua da essere ancora più tragica”. Sembra che certe difficoltà lo abbiano portato a cercare rifugio in un ciclo distruttivo di abuso di sé – che forse riteneva una “fuga” meramente temporanea, anche se alla fine non ne sarebbe mai venuto fuori. Non ha visto la dignità della propria umanità, ma si è sentito libero di abusarne, e alla fine – forse anche involontariamente – di scartarla.

Avrebbe dovuto vedere Cristo non solo come uomo, ma anche come “la Via, la Verità e la Vita” – quella perfezione dell'esistenza a cui il Signore chiama ciascuno di noi.

[Traduzione a cura di Roberta Sciamplicotti]

Alberto González è il coeditore dell'edizione inglese di Aleteia. In precedenza ha lavorato nelle campagne politiche e al Senato degli Stati Uniti. È anche un cantante liturgico e organista. Nato in California, si è laureato all'Università della California a Berkeley nel 2010 con un baccalaureato in Musica e Scienze Politiche. Attualmente vive nell'area di Washington, D.C..

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