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Come si fa l’esame di coscienza?

© P.M WYSOCKI / LUMIÈRE DU MONDE
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E' una pratica diffusa anche in altre religioni e culture. Nel cristianesimo è una preghiera. Un dialogo intimo con il Signore

Caro don Antonio, sono un giovane di 29 anni. Fin dai tempi del catechismo ho sentito parlare di esame di coscienza ma non ho mai capito bene come si fa? Me lo puoi spiegare? Che collegamento ha con la Confessione?

Antonio E., Mantova

Non si può dire tutto in poche righe. Per questo, caro Antonio, ti rimando ai libri di Silvano Fausti Occasione o tentazione (Ancora) e di Marko Rupnik L’esame di coscienza. Per vivere da redenti (Lipa). Io mi limito a qualche considerazione generale. I due autori citati sono Gesuiti e non a caso, perché in Occidente la pratica dell’esame di coscienza è stata divulgata soprattutto grazie a sant’Ignazio e ai suoi Esercizi spirituali. Tuttavia anche tra i popoli antichi e nelle altre religioni si trova quest’uso. Pitagora, ad esempio, diceva: “Affinché il sonno ti chiuda dolcemente gli occhi, non lo permettere prima di esserti esaminato su tutte le opere della giornata”.

Nel cristianesimo l’esame di coscienza è però qualcosa di più. Molti lo collegano solo alla preparazione prima di accostarsi al sacramento della Riconciliazione. Con il rischio di intenderlo solo in senso negativo: individuare i peccati commessi, pentirsi per poi confessarli. L’esame si può così ridurre a una specie di introspezione psicologica, a un fatto meccanico. La chiave di volta per intenderlo bene è rendersi conto che è una preghiera, un dialogo intimo con il Signore. Si tratta di “prendere coscienza” della presenza di Dio in noi, che la nostra vita è guidata dallo Spirito Santo.

Ci capita a volte di vivere fuori da noi stessi, assorbiti da problemi e preoccupazioni, storditi dal frastuono che ci circonda, dalla fretta. Con il rischio di essere superficiali, tristi, frustrati, insofferenti per ogni cosa, incapaci di accorgerci del Signore che passa e ci indica la via del bene, della gioia, della salvezza. Il nostro cuore è come soffocato: anela a qualcosa di grande, a una vita piena, ma si trova arido e stanco. E’ l’esperienza di sant’Agostino: “Tardi ti amai, bellezza così antica e così nuova, tardi ti amai. Sì, perché tu eri dentro di me e io fuori. Eri con me, e io non ero con te”.

L’esame di coscienza, dunque, è in radice la presa di coscienza dell’azione di Dio in noi: egli agisce sempre, non smette mai di amarci. La pratica dell’esame, allora, consiste nell’entrare in dialogo con Dio, nella preghiera fiduciosa, nel chiedergli di apre il nostro cuore, la nostra mente, per comprendere quando nella giornata siamo stati con lui o lontani da lui. Non è tanto un confronto con delle norme, ma parlare con il Signore, riferendogli ciò che è successo, i nostri pensieri e i sentimenti.

Come fare, in concreto? Si può leggere un brano del Vangelo, ad esempio le Beatitudini, e alla sua luce chiedere al Signore di illuminare la giornata appena trascorsa. Un’utile indicazione si trova negli Esercizi al n. 43, con i cinque punti per l’esame generale: rendere grazie a Dio per i benefici ricevuti, chiedere la grazia di conoscere i peccati e di scacciarli, chiedere conto all’anima dei pensieri, delle parole e delle azioni, chiedere perdono a Dio per le mancanze, proporsi di correggersi con la sua grazia. Da notare come il primo punto sia ringraziare Dio per i suoi doni, facendo memoria della sua presenza e del suo amore. Mentre il secondo è ancora fare memoria, ma dei peccati, per disporsi ad accogliere il perdono di Dio e iniziare un cammino di conversione.

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