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Cattolici ucraini, verso una nuova persecuzione?

Oleh Chupa
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Il ruolo della chiesa greco-cattolica nel tenere al minimo il livello di scontro tra opposizione e governo è divenuto un problema per il presidente Yanukovich

Non si tratta di un fenomeno solo recente. Questa Chiesa orientale incarna lo spirito più europeo dell’Ucraina occidentale, perché è sempre stata parte integrante della Mitteleuropa asburgica. Nata in un periodo burrascoso, in seguito all’occupazione di quelle regioni da parte del Commonwealth Polacco-Lituano, quando la Polonia fu spartita fra Prussia, Russia e Austria, nel tardo XVIII Secolo la Cgcu fu salvata e nobilitata dagli Asburgo, mentre fu letteralmente cancellata dagli zar ortodossi in Russia. Nel corso del XIX Secolo, i cattolici di quel pezzo di Ucraina occidentale che rispondeva agli ordini di Vienna e non di Mosca, rimasero fedelissimi servitori dell’impero asburgico. Attratti dal nazionalismo anch’essi, contribuirono a creare la nuova identità nazionale ucraina nel tardo XIX Secolo. Ma alla fine della Prima Guerra Mondiale, con lo smembramento dell’Impero Austro-Ungarico, i greco-cattolici si trovarono divisi in quattro nazioni: Ucraina, Polonia, Romania e Cecoslovacchia. Quando la prima divenne parte dell’Unione Sovietica, la persecuzione ricominciò. L’Urss intensificò la persecuzione sotto Stalin, che diede una parvenza di legittimità religiosa alla sua volontà di cancellare il cattolicesimo dal territorio sovietico: nel 1946, il “concilio” di Lviv-Sobor (Leopoli), organizzato dalla polizia politica sovietica, mise fuori legge la Cgcu. L’Urss riuscì ancora una volta a dividere i cristiani ucraini, a metterli gli uni contro gli altri pur perseguitandoli tutti: le proprietà cattoliche vennero confiscate e passate al completo alla Chiesa ortodossa russa, l’unica riconosciuta sotto Stalin, anche se pesantemente infiltrata dalla polizia politica. Tuttora la Chiesa ortodossa del Patriarcato di Mosca considera canoniche le decisioni del concilio di Leopoli. Gran parte dei preti e vescovi cattolici fu deportata e internata nei gulag.

Ma la Chiesa sopravvisse. I sacerdoti resistettero nella loro fede fino alla morte, dando un esempio unico di coraggio, celebrando la messa nelle celle o nelle fabbriche dei gulag, nei treni delle deportazioni e nelle miniere, affrontando il martirio pur di non arrendersi. La più grande Chiesa orientale divenne così la più grande Chiesa sotterranea del mondo, facendo proseliti in condizioni disperate, riuscendo ad espandere il numero dei propri fedeli nelle catacombe sovietiche. Il metropolita Josyf Slipyj divenne un modello di resistenza: riuscì a sopravvivere a 18 anni di gulag, per poi tornare a riorganizzare la Chiesa. Nominato cardinale in pectore nel 1949, quando era ancora internato, Papa Paolo VI lo fece arcivescovo maggiore nel 1963, lo stesso grado che ora ricopre il suo successore Shevchuk. Guidava una chiesa non libera e dispersa all’estero. Battezzare, celebrare messe, confessare, organizzare funerali, anche solo detenere un libero religioso, erano tutti reati sotto il regime sovietico, punibili col carcere. Bastava una delazione anonima di un vicino invidioso, il sospetto di possedere un Vangelo per finire dietro le sbarre, perdere il lavoro, essere deportati lontani da casa. La libertà vera e propria arrivò solo alla fine del periodo riformatore di Gorbachev: nel 1989 la Cgcu divenne nuovamente legale, anche se dovette lottare per anni per riottenere le proprietà confiscate dagli ortodossi russi. Sono passati appena 25 anni da allora, la memoria della persecuzione è freschissima. Il timore che ricominci e la determinazione a resistere sono più vivi che mai.

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