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Una vita non manipolata

© Florence DURAND / SIPA

L'Osservatore Romano - pubblicato il 31/01/14

Il progresso nella ricerca fa sperare in metodi che reperiscano le cellule staminali senza dover distruggere gli embrioni, ma bisogna cambiare atteggiamento

Ha creato interesse la pubblicazione sulla rivista «Nature Communications» di un metodo che permetterebbe di ottenere cellule embrionali su vasta scala senza distruggere l’embrione stesso come finora avviene.

È vero che, come afferma Karl Tryggvason del Karolinska Institute (che ha condotto lo studio), «c’è una grande differenza etica tra un metodo di rimozione cellulare che permette la sopravvivenza dell’embrione e un metodo che ne provoca la morte». Tuttavia – commenta Augusto Pessina – anche se questo approccio potrà salvare la vita di molti embrioni, non risolve l’uso di embrioni umani divenuto ormai comune in molti laboratori nel mondo.

«Senza entrare nel merito della fecondazione in vitro, restano – continua Pessina – alcuni grossolani aspetti correlati con questa nuova tecnica. Poiché un embrione ha un padre e una madre, che ruolo hanno i genitori nella programmazione di embrioni da utilizzare per scopo terapeutico? Quali i diritti garantiti a un embrione volutamente creato per un utilizzo terapeutico? Tryggvason dichiara che «dopo il prelievo l’embrione può essere ricongelato oppure “teoricamente” impiantato in utero». Perché “teoricamente”? Significa forse che non sappiamo se sopravviverà e se avrà uno sviluppo normale? E se avrà uno sviluppo e nascerà, potrà vantare diritti sulle sue cellule che verranno utilizzate in terapia (magari da una multinazionale farmaceutica)? Appare evidente che, senza sminuire il valore della scoperta, il problema etico non è affatto risolto perché esso ha una radice antropologica e non tecnico-scientifica. Come affermava il grande biochimico Erwin Chargaff, "noi non sappiamo cosa sia la vita. Eppure la manipoliamo come fosse una soluzione salina"». 

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